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25 aprile al Campo dei Fiori

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Da ENRICO MARIA SALERNO, MIO FRATELLO, di Vittorio Salerno, Gremese Editore, 2002

Nell’aprile del ’45, disciolta la triste “Repubblica di Salò”, (che ispirò a Pier Paolo Pasolini il film più scioccante della storia del cinema, SALO’, E LE CENTOVENTI GIORNATE DI SODOMA), Enrico tornò a casa stanco, denutrito, ma sano, grazie a Dio. Pochi giorni prima che venisse ufficiamente dichiarata la cessazione delle ostilità, in una bella giornata di sole io e Nando, il fratello a me più caro, vedemmo due camionette militari risalire i tornanti della strada che portava in vetta al monte.

“Sono partigiani!” disse Nando vedendo quei fazzoletti rossi che gli uomini a bordo delle macchine avevano attorno al collo. “Chissà dove vanno…” aggiunse incuriosito.

Vittorio e Nando, pastorelli di capre dal ’43- al ’45 al Campo dei Fiori.

Vittorio e Nando, pastorelli di capre dal ’43- al ’45 al Campo dei Fiori.

Le due camionette salirono l’ultima rampa di strada e puntarono dritti verso casa nostra. Si fermarono inchiodando i freni, e sei partigiani balzarono a terra, circondando la villetta con i mitra spianati. Noi corremmo verso mamma che era apparsa sulla porta e ci stringemmo ai suoi fianchi: eravamo soli in casa.

Un uomo di mezza età dalla faccia butterata dal vaiolo, (una faccia che non dimenticherò mai), si avvicinò a mamma il mitra impugnato: “Enrico Salerno e Antonino Salerno, dove sono!?” disse minaccioso. Vidi mamma diventare pallida.

” Non sono in casa…” rispose.

” Dove sono!!!”, gridò quello più forte.

” Sono andati a telefonare…All’Albergo…”

” Quale Albergo?!”

“O al Grand Hotel, o all’Albergo della Funicolare…non so…” disse mamma con un filo di voce.

L’uomo scambiò un’occhiata con i suoi compagni e guardò l’orologio.

” Se tra cinque minuti non sono qui tutti e due, appena li troviamo li appiccichiamo al muro.”

In quei mesi terribili avevo sentito dire spesso quella frase nei racconti dei grandi, e sapevo benissimo cosa volesse dire. Mamma con un filo di voce mi disse: ” Corri, Vittorino, vai a chiamarli…”

 

Avevo sette anni, e correvo velocissimo. Arrivai in un momento all’Albergo della Funicolare e trovai papà ed Enrico che stavano parlando con i signori Cadringher, i gestori del Ristorante, che tante volte avevano messo a disposizione la sala grande per i concerti che mamma teneva per i feriti del Grand Hotel.

“Papà, papà! I partigiani! Sono giù a casa nostra, vi vogliono tutti e due! Subito!” dissi d’un fiato.

“Vai, corri, ” disse papà ad Enrico, “scendi da questa parte della montagna, giù al Sacro Monte: chiedi di Padre Carmine, al convento dei cappuccini, è un caro amico, ti nasconderà lui; la guerra è finita!”

 

Enrico, avendo intuito che quella era la scena madre, scambiò un’occhiata con Annamaria, e con tono perfetto, e tempi magnifici da grande attore quale stava per diventare disse: “No, papà, io non scappo. Se ho sbagliato, adesso pago…”

Io rimasi di sasso, quasi l’applaudì; Annamaria scoppiò in lacrime, papà afferrò Enrico per il bavero della giacca scrollandolo con violenza.

 

“Testone! Zuccone che non sei altro! Ti ordino di andare! Tu non hai fatto male a nessuno, perché rischiare? Che ne sappiamo che gente sia!? Non li leggi i giornali?…Non hai sentito la radio! Sai quanti delitti sono stati fatti? Vattene di dico!” disse e lo colpì con un paio di ceffoni.

 

Vittorio Enrico e Nando Salerno al Campo dei Fiori nell’ottobre del 1944.

Vittorio Enrico e Nando Salerno al Campo dei Fiori nell’ottobre del 1944.

Ma Enrico fu irremovibile. Baciò Annamaria sulle guance, asciugandole le lacrime, e s’incamminò verso casa, seguito da papà furente, dicendo: “No, papà; non posso. Non vorrei che per causa mia facessero del male a te…a voi…” Io quasi l’applaudì una seconda volta, e mi sentii molto orgoglioso di avere un fratello tanto onesto e coraggioso.

Papà l’afferrò per il braccio, come l’avesse arrestato lui. “Testone!” gli disse strattonandolo, “testone e zuccone che non sei altro! E allora andiamo, ma non aprire bocca tu, lascia parlare me!” e lo condusse verso casa, tenendomi per mano.

Quando giungemmo ai garages del Grand Hotel, nell’appartamento sovrastante i quali abitammo noi negli ultimi anni di guerra, vedemmo due partigiani che stavano caricando su una dele camionette un sacco di riso, l’ultimo che c’era rimasto.

“Fermi, voi due! Lasciate quel sacco! Non ne avete il diritto!” Gridò mio padre con la sua vociona baritonale, forse più per farsi coraggio che per intimorire quegli uomini.

” Appena in tempo,” disse il capoccia, ” ancora un minuto e incominciavamo a sparare!” aggiunse quello brandendo il mitra.

” Voi non sparate proprio a nessuno! La guerra è finita! Non avete sentito la radio? Questo figlio mio non ha fatto male a una mosca, lo sanno tutti giù in città, perfino i Carabinieri! E io sono un Ufficiale di Cavalleria in congedo per raggiunti limiti di età!” (Aveva già compiuto 59 anni, papà allora). Disse afferrando il sacco di riso e scaraventandolo giù dalla camionetta.

“Quindi andate in pace, su, figlioli, e tornate alle vostre case, che i vostri genitori vi staranno aspettando, e saranno in pena per voi…”

Quegli uomini stanchi, denutriti, sopraffatti dalla veemenza di mio padre, che quando s’infuriava metteva veramente paura, si scambiarono un’occhiata, poi il capo si avvicinò a papà, lo guardò in faccia, e gli disse: “A me non m’aspetta nessuno a casa. I miei li hanno ammazzati i fascisti come voi!!” “Non siamo fascisti!” replicò papà, “Questo figlio mio si è dovuto arruolare appena compiuto 18 anni, altrimenti lo mettevano al muro i fascisti veri!” “Andiamo! Lo vedremo, se non avete fatto niente! Salite presto, che ho l’ordine di portarvi giù, al comando partigiano!!” disse il capoccia, e tutti incominciarono a spingere papà ed Enrico con le canne dei M.A.B costringendoli a salire sulle Jeep.

“Non ti preoccupare, Milka!” disse papà, ” Stasera siamo di ritorno!…Questi bravi ragazzi non lo sanno chi sono io!..” Purtroppo lo sapevano, e molto bene anche, perché papà ed Enrico, per motivi diversi, erano molto conosciuti a Varese e dintorni.

Nando, Vittorio, mamma Milka e papà Antonino nell’inverno del ’44 al campo dei Fiori

Nando, Vittorio, mamma Milka e papà Antonino nell’inverno del ’44 al campo dei Fiori

 

Io guardavo quelle camionette che portavano via mio padre e mio fratello, in maniche di camice, (non so perché ma non fecero in tempo ad indossare una giacca), e sentì un gran vuoto dentro; chissà se li avrei più rivisti, pensavo.