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Alle origini della crisi che stiamo vivendo

Nessun commento Varie ed eventuali

di Giuseppe Brianza

Caro Mauro,

ho appena letto la tua ‘Dissensi’ del 6 u.s.: in particolare la parte relativa agli anni sessanta americani.

Non ho nulla da eccepire: la condivido e mi complimento con te.

Vorrei però aggiungere una considerazione che non vedo fare da nessuno e che, a mio parere, è la base per capire perché siamo arrivati in questa catastrofica situazione economica mondiale.

 

La caratteristica di gestione dello Stato USA fino alla fine degli anni sessanta.

Quando tu parli di Truman, di Eisenhower, di Kennedy, di Johnson e di Nixon tu citi politiche di varia natura, a fronte di problemi di varia natura, ma accomunate da un filo conduttore costante: in tutte quelle presidenze, condizionate da un sacro rispetto dei patti di Bretton Woods (1944), erano ispirate ad un controllo molto stretto dell’inflazione: la garanzia della parità Us$/oro che gli USA si erano impegnati a dare nel 1944 determinava una sorta di sacro terrore a ‘stampare’ biglietti verdi che, in seguito e come carta, avrebbero potuto in qualsiasi parte del globo essere richiesti di essere tramutati in oro (trentacinque Us$ vs. un’oncia d’oro fino).

La stessa cosa accadeva, anche se in misura meno rigida, nei Paesi dell’area Us$.

Tutto sommato si poteva dire che questo ‘cappio’ imponeva una gestione oculata degli Stati Sovrani: e, pertanto, lo ‘sviluppo’ dell’economia c’era ma abbastanza frenato e sotto controllo.

Il dramma nasce con la guerra del Vietnam: o, meglio, dopo la guerra del Vietnam.

Il 15 agosto 1971 Richard Nixon – la parità era costata agli USA l’erogazione di dodicimila tonnellate di oro – dichiara decaduto l’impegno americano alla parità Us$/oro: e fu una decisione epocale.

Nixon ci fu costretto: la guerra del Vietnam (disastrosa, come tutte le guerre americane post 1945) era finita (30 aprile 1971 con la caduta di Saigon): oltre la débacle morale restava l’indebitamento contratto dal Governo americano per una guerra che – pochi se ne rendono ancora conto – ‘consumava’ circa trenta milioni di tonnellate di acciaio all’anno (due volte la produzione – allora – dell’Italia) e che, come tale, era una forte droga all’economia-mondo dell’epoca.

Le grandi società di armamenti (esempio, Halliburton) reclamavano i pagamenti, il flusso di ordini di produzione e ricerca verso queste società si era sostanzialmente arrestato.

La liquidità era finita: bisognava ‘stampare’ carta/dollari.

Fu in quel momento che si preparò una ‘evoluzione’ gigantesca del modo di vivere del mondo occidentale post-Vietnam.

In parole brevi, sempliciotte, accadde questo: il grande capitale internazionale (Rotschild, Rockefeller, J.P.Morgan, le BIG-Banks…) fecero a Nixon una proposta: caro presidente: sei pieno di oro a Fort Knox: usalo come garanzia verso di noi e noi ti daremo denaro.

Ma come!?!: ma se mancava denaro!!!

Nella City londinese il ‘denaro a credito’ viene denominato con una locuzione curiosa ma centratissima: ‘thin air’, aria fina: denaro che non c’è: nel momento in cui una banca concede un prestito, quel denaro non c’è: si tratta solo di un impegno della banca a pagare tuoi titoli di pagamento entro prefissati limiti: è come se la Banca si sostituisse al Ministero del Tesoro di uno Stato sovrano.

Ci furono persone strafelici: innanzitutto i militari (e le relative aziende), che videro saldati i loro crediti e videro tornare copiose le commesse ‘militari’; poi il mondo finanziario cui si aprì una fase di enorme prosperità; il debito degli USA prese a crescere vertiginosamente, ma l’arrivo di tanti soldi, oltre a tacitare i creditori, aprì le porte ad una crescita economica mai vista nella storia del Pianeta.

Il dollaro fu sottoposto a crescenti svalutazioni (ancora oggi è sotto pressione) e qualcuno ha calcolato una svalutazione globale dal 1975 ad oggi (confrontando il costo dell’oro in Us$) dell’ordine di oltre il tremila per cento (3.000%).

Ancora oggi il Governo americano delibera, di tanto in tanto, di aumentare il pazzesco tetto dell’indebitamento statale, altrimenti non riesce a pagare le pensioni o i dipendenti pubblici…: altro che debito italiano…; aggiungi che, mentre da noi il ‘debito privato’ è molto modesto e le nostre risorse bancarie sono elevate, negli USA la fregola del debito ha contaminato pesantemente le famiglie private, il cui debito – enorme – deve aggiungersi a quello statale…

 

Fu l’inizio di un’era incredibile e inattesa del ‘bengodi’: tutte le economie del mondo occidentale esplosero: la gente credette che il ‘sistema capitalistico’ stesse dando dimostrazione di aver risolto il problema del benessere per larghi strati di popolazioni: cibo, salute, casa, automobile, vacanze, viaggi, …

Ma quando mai una simile felicità aveva sfiorato praticamente tutti?

 

Il guaio era – e nessuno se ne accorse, e ancora oggi pochi se ne rendono conto – che tutto questo benessere era poggiato sul ‘debito’: ma, si sa, quando ti indebiti viene, prima o poi, il momento di restituire il credito ottenuto: e allora, …sono cavoli amari.

 

Ci fu inoltre una ulteriore degenerazione che ci portò in un ‘cul de sac’ che ancora non abbiamo visto quanto possa essere feroce.

Ma si aprirebbe un racconto ancora più triste e cupo, quello dei ‘derivati’, che tocca il risparmio delle famiglie, il cui esito è quanto mai oscuro.

Aggiungi che oggi la Cina ha largamente copiato la strategia dell’indebitamento: e ci sono segni di una enorme potenziale ‘bolla cinese’ che comincerà con una fragorosa ‘bolla immobiliare’.

 

In questo quadro c’è chi – e sono molti – sbraita perché l’economia non riparte: e non si rende conto che la benzina è finita: le possibilità di indebitamento sono pressoché finite, perché finite sono le ‘garanzie’ offribili: l’economia non ripartirà ancora per molto tempo e l’unica evoluzione possibile economica sarà la seguente: paesi emergenti a basso costo energetico e a basso costo del lavoro si approprieranno di parte dell’economia sottraendola a paesi più ricchi ma…indebitati.

 

Ma, dirai, quali le prospettive?

Una cosa è chiara: che la situazione esige approcci solutori del tutto ‘fuori schema’, innovativi: e non puoi certo dire che, stabili così le cose, dobbiamo accettare una decrescita felice…: una coglionata gigantesca: vallo a far accettare a coloro che devono ‘decrescere’ davvero…

 

Occorre uscire dagli schemi.

Già: ma come?

 

Con i provvedimenti di Draghi? Facciamo ridere i polli…: avremo benefici di sola transizione.

 

In Europa c’è un Paese che sta facendo prove (pagate, fra l’altro, dalla UE) per una soluzione radicale: è la Germania.

E’ già abbastanza avanti con la sperimentazione delle teoria di Jeremy Rifkin: la Terza Rivoluzione Industriale (TRI).

Noi, che siamo molto più poveri della Germania, dovremmo buttarci a pesce per ‘studiare’ e ‘capire’ che cosa significa e che cosa porterebbe la TRI: ma siamo sotto acculturati: il nostro corpo dirigente (politico, industriale) è semplicemente penoso: neppure immagina il ‘rosa’ che potremmo inserire nell’azzurro cupo del nostro odierno orizzonte.

E il ‘rosa’, nelle intuizione nuove, c’è già.

La Germania lo vede.

Ma bisogna parlarne con decisione.

 

Giuseppe Brianza

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