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‘Mio padre René’, di Silvio Raffo

Commenti (1) Letteratura

Ricordo di avere letto ‘Mio padre René’ in dattiloscritto.

Forse, addirittura, ancor prima, qualche pagina vergata a mano.

E’ il romanzo d’esordio di mio fratello ed è bellissimo!

Oggi, a distanza di infiniti anni, viene pubblicato.

Lo propone la casa editrice ‘La biblioteca di domani’ in una bella veste con una copertina, scelta ovviamente da Silvio, percorsa da un Claude Monet sognante nel fondo del quale si intravede, presente, la madre o quella che vogliamo sia tale.

Leggendo – rileggendo – colgo le infinite differenze tra noi.

Una madre, naturalmente ridisegnata, ma che a mio modo di vedere è, contrariamente a quanto pensa Silvio, diversa dal vero.

Un nonno, naturalmente ridisegnato, nel quale io coglievo la forza e Silvio coglie una nascosta fragilità.

Un Silvio – è lui il protagonista – a sua volta differente dal Silvio di allora, dal mio ‘fratellino’.

E non per niente, si rappresenta, si vuole figlio unico, cosa che io non avrei mai e poi mai voluto essere.

Giustamente, in una dotta e non solo per questo pregevole postfazione, ‘Mio padre René’ è definito da Giovanni Barracco “un dramma…di altissima intensità che finalmente vede la luce e può essere apprezzato da tutti…in maggiore sintonia con la sensibilità odierna che con quella dell’epoca in cui fu ‘inattualmente’ scritto da uno spaesato outsider”.

Leggetelo!

One Response to ‘Mio padre René’, di Silvio Raffo

  1. Renzo Bertoldo ha detto:

    Ho letto “Mio padre René” di Silvio Raffo.
    Si è trattato di una lettura con effetti ipnotici, anche dolenti.
    Credo sia il risultato di quella strana rarefazione nel contempo anestetica e acutizzante, prodotta da una scrittura che mostra simultaneamente due volti: quello psichico ed emotivo del coinvolgimento, quello ineluttabile e tagliente del distacco da persone, cose, avvenimenti.
    La sospensione delle atmosfere è a mio parere determinata anche dal fatto che un beffardo anacronismo trasforma i personaggi, di qualsiasi età e genere, in fanciulli, al confine tra presunta innocenza e responsabilità rinviata, nonostante i tentativi di adultità. Tutti, nessuno escluso, sono ancora coinvolti, o travolti, da un fatalistico e interminabile processo di individuazione.
    Un testo che l’autore, allora diciottenne, modula con timbri di lontananza nostalgica e oscurità incombenti.
    Una lettura coinvolgente perché nonostante i movimenti lievi di superficie, si espone sull’abisso.

    Renzo Bertoldo

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