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Caso Yara, mi scrive Luca Goldoni

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Lo sapete, considero Massimo Bossetti assolutamente innocente e sul tema mi sono espresso più volte lapidariamente.

Di tutta risposta, ieri 13 dicembre, Luca Goldoni mi ha scritto: “Se sei così sicuro, il colpevole non puoi che essere tu!”.

Ecco la mia articolata replica alla boutade del carissimo Luca.


Caro Luca,

con Massimo Bossetti (con tutti i sospettati, per il vero) la cosiddetta ‘Giustizia’ opera ingiustamente.

La legge prevede – e non potrebbe essere altrimenti – che l’onere della prova di colpevolezza sia a carico degli inquirenti, non che il possibile imputato debba dimostrare di essere innocente.

Bossetti è in galera senza lo straccio di una prova non dovendosi considerare tale la traccia di dna che è un indizio e basta (così, il professor Mario Tavani, massimo anatomo patologo italiano da me consultato).
Non solo non ci sono prove ma, a parte quello or ora citato, non v’è neppure un secondo indizio.

Aggiungi che resterà in cella almeno fino al 25 febbraio visto che la Cassazione a quella data esaminerà il ricorso presentato dai suoi sprovveduti (non ha quattrini e non ha potuto né potrà contare su principi del foro) avvocati.

E vi resta malgrado non sussista nessuna delle tre ragioni che ostano alla scarcerazione.

Può davvero, difatti, qualcuno ritenere che possa ripetere il reato?

Può davvero qualcuno credere che possa inquinare le prove?

Può davvero qualcuno pensare che possa scappare all’estero?

Fatto è che il poveraccio – la cui vita data in pasto ai media (guarda quanto si trova e rimarrà per sempre su internet) è distrutta, la cui famiglia è allo sbando – deve essere tenuto in prigione, deve essere condannato almeno in prima istanza perché si è arrivati a lui spendendo milioni e milioni di euro con una ricerca che si vuole sia ‘perfetta’ perché scientificamente condotta e che di contro è imperfetta e, essendo state usate le tracce di dna oramai non più disponibili per una verifica, al dunque, scorrettissima.

E non parliamo del fatto che i RIS abbiano impiegato sei mesi (sei mesi!) a verificare le tracce eventualmente lasciate dalla povera Yara su auto e  furgone dell’imputato o altrove nelle sue pertinenze per concludere che non ve ne sono.

Ho accennato del tutto a ragione alla pochezza degli avvocati di Bossetti visto che in Italia, Paese nel quale si invoca, si chiede ‘Giustizia’ e non, come dovrebbe essere, l’applicazione della legge (tutt’altro, ovviamente) accusa e giudizio vivono pappa e ciccia e il giudice non è nel concreto affatto terzo.

In cotal modo stando le cose, l’innocente si salva solo se può spendere un mare di soldi per difensori e periti.

Ecco, le perizie sono poi qualcosa di assolutamente scorretto: da una parte l’organizzazione dello Stato imponente e dotata di ogni possibile strumento e potere, dall’altra – ripeto, se non hai quattrini a valanga da spendere per contestare conclusioni peritali quasi sempre ‘a capocchia’ ma prese per buone tout court dall’inquirente e dal giudice che della materia non sanno un bel niente – nessuno o un povero perito di terza o quarta categoria facile da travolgere in udienza ma anche prima in fase d’indagine.

Da ultimo, e tornando a Massimo Bossetti, come è andata la fase del ‘rib’?

E’ il ‘rib’ un vocabolo ebraico che nell’antichità faceva riferimento al confronto pre–giudiziale che in quanto tale precedeva e deve precedere la messa in stato d’accusa, confronto nel quale l’inquirente e il possibile colpevole articolano appunto l’accusa e naturalmente la difesa, confronto nel corso del quale delle risposte del convenuto si dovrebbe tenere debito conto (nei film e telefilm americani non manca mai questo passaggio) verificandone i contenuti.

Tale verifica è stata fatta?

Rammento un vecchio film nel quale il giudice Peppino De Filippo, confrontato in aula con un Alberto Sordi che divaga, dice al cancelliere “Io questo lo sbatto in galera!”.

E’ andata così?

Scommetterei, sicuro di vincere!

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