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La mamma italiana di Oscar Wilde

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“Tutte le donne diventano come le loro madri. È la loro tragedia. L’uomo mai. È la sua!” (‘L’importanza di chiamarsi Ernesto’, Oscar Wilde).

Incarcerato a Reading – come racconta il suo ottimo biografo Richard Ellmann – Oscar Wilde era del tutto incapace di tenere pulita la sua cella e così, un giorno, ai primi di febbraio del 1896, l’operazione era stata affidata ad uno dei più gentili fra i sorveglianti.

Mentre costui provvedeva all’incombenza, un ragno sfrecciò veloce sul pavimento.

Il secondino, senza pensarci un attimo, lo schiacciò e Wilde lo guardò inorridito.

“Porta sfortuna ammazzare un ragno”, disse.

“Avrò notizie peggiori di quelle che ho avuto finora”.

In seguito, ecco una visione di sua madre.

Era pronta ad uscire e lui le aveva chiesto di togliersi cappello e mantella e di sedersi.

Lei, però, aveva scosso il capo scomparendo.

Il 19 febbraio, Oscar fu chiamato a colloquio con la moglie in una stanza appartata.

Anche Constance non stava bene, ma, appresa la notizia, si era messa in viaggio dall’Italia per portare al marito la cattiva novella della morte, il 3 di quel mese, della madre, conscia che per lui grande sarebbe stato il dolore visto che, da sempre, un incredibile affetto li legava.

“Lo sapevo già”, le disse Wilde e le raccontò la visione che aveva avuto.

Ebbe, così, inizio per lo scrittore un nuovo periodo di infelicità perché, sapeva, le sue tristi, recenti vicende avevano fortemente contribuito alla scomparsa della donna che nell’ultimo anno era sì devastata dal male, ma, soprattutto, dal dispiacere “per il povero Oscar”.

Oscar Wilde

Oscar Wilde

Non era più uscita, per tutto quel periodo, dalla sua camera e non aveva praticamente più visto nessuno.

Su un taccuino, alla morte, fu trovata questa amara annotazione: “La vita è strazio e speranza, illusione e disperazione mescolate assieme, ma la disperazione sopravvive a tutto”.

Quanta differenza con altre sue ben più felici ed argute battute, in tutto degne del figlio, del quale era stata la prima e più fedele sostenitrice.

Alla luce di quanto accaduto e delle molte sofferenze, ecco acquistare un significato assolutamente particolare anche il più celebre dei suoi motti, il condivisibilissimo: “C’è un’unica cosa per cui valga la pena vivere ed è il piacere!”.

Moriva, in tal modo, nel dolore, Jane ‘Francesca Speranza’ Wilde che dal cognome paterno ‘Algee’ aveva derivato, con molta ironia, la convinzione di essere una discendente degli ‘Algiati’, antica famiglia italiana, patronimico dal quale – a suo dire – era facile risalire ad ‘Alighieri’, ragione per cui, quasi con naturalezza, in gioventù, aveva italianizzato il suo secondo nome Frances in Francesca ed immaginato di chiamarsi anche Speranza, annoverando, naturalmente, Dante tra i suoi illustrissimi antenati.