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Dall’Ucraina che affonda

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di Stefano Grazioli

C’è poco da fare.

La tregua non è una tregua e la situazione in Ucraina rischia di precipitare.

Gli accordi di Minsk sono rimasti tali sulla carta e alla prima occasione sono andati di fatto a rotoli.

Le elezioni tenute dai separatisti nel Donbass il 2 novembre hanno dato il via alla ulteriore escalation.

Kiev ha abolito la legge sull’autonomia e posticipato le elezioni comunali a data da destinarsi.

Cioè mai.

Il sudest ucraino rischia di piombare di nuovo nel baratro da cui sembrava appena uscito.

Ribelli e truppe governative si rimbalzano le accuse per le rotture del cessate il fuoco che più che un’eccezione sono diventate la regola.

E ora?

Le possibilità sono due: o il conflitto rimane sostanzialmente congelato, con le scaramucce che restano o tali, oppure la guerra riprende in grande stile con conseguenze devastanti.

L’esercito ucraino è sulla linea difensiva tra Donetsk e Mariupol.

Se i ribelli avessero la meglio potrebbero aprirsi una via lungo la costa del Mare d’Azov e la Crimea.

Sulla direttrice tra Kharkiv e Odessa potrebbero riaccendersi appoggiati dalla Russia i fermenti indipendentisti.

Ucraina addio.

Anche se fosse Kiev a decidere di riprendere con la forza il Donbass, gli effetti potrebbero essere non meno catastrofici.

Dentro e fuori il Paese.

L’Ucraina è in sostanza appesa a un filo.

Le elezioni del 26 ottobre hanno decretato la vittoria del partito del presidente Petro Poroshenko, ma la formazione del governo, ancora guidato dal premier Arseni Yatseniuk, è difficile.

Gli oligarchi muovono come sempre le loro pedine da dietro le quinte.

Cambiano i fattori il prodotto però non cambia: non c’è più il gruppo del vecchio capo di stato Victor Yanukovich, ma gli altri clan dei vari Igor Kolomoisky, Dmitri Firtash e via dicendo continuano a dettare legge.

Peccato per tutti quelli che hanno creduto a Maidan, la piazza delle illusioni.

In più il contesto internazionale non lascia trasparire grande ottimismo.

La partita si gioca tra Russia e Occidente, soprattutto con gli Stati Uniti.

Barack Obama, a mezzo servizio dopo la tornata di mid-term stravinta dai repubblicani, lascia spazio alle trattative più dirette tra Europa (dicesi Germania) e il Cremlino.

Vladimir Putin sembra intenzionato a fare affondare Kiev con tutti i passeggeri a bordo.

La nave ucraina fa già acqua da tutte le parti per conto proprio: l’europeismo che ha unito gli avversari di Yanukovich rischia di scollarsi presto.

E il diluvio deve ancora arrivare.