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Dagli USA una lezione sul federalismo

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di Giambattista ‘Titta’ Rosa

Oggi tutti sembrano accorgersi che aveva ragione Malagodi, quando prevedeva che la creazione delle Regioni, in Italia, avrebbe creato duplicazioni di spesa, inflazione burocratica, irresponsabilità diffusa per la separazione tra chi tassa e chi spende.

I populisti invocano oggi la abolizione delle Regioni, con la stessa compiaciuta superficialità con cui chiedevano ieri la abolizione delle Province come toccasana nazionale.

Come se un ritorno al pieno centralismo romano possa essere la soluzione.

Dagli USA ci viene invece una chiara lezione sulla strada da seguire.

Le elezioni di Mid Term non hanno detto solamente che gli americani sono stufi di Obama.

Hanno detto anche che vogliono meno potere centrale e più potere locale.

I repubblicani non sono solo il partito “no tax”, sono sempre più il partito che si richiama alla Costituzione Americana, che guardava con grande sospetto non solo ogni cessione di poteri dall’individuo alle Stato, ma anche dagli Stati dell’ Unione al Governo centrale.

Mentre solo il diciannove per cento (19%) degli americani si fida del Governo, ben il sessantadue (62%) è contento dell’operato del Governatore del proprio Stato, soprattutto se è repubblicano.

Non a caso il GOP controlla più dei tre quinti degli Stati, compresi alcuni “ultraliberal” come il Massachussetts, e la battaglia per il 2016 si annuncia come quella tra “la senatrice di Washington” Hillary Clinton, e il “bravo Governatore” repubblicano, come lo sono stati quasi tutti i contender alla nomination, da Jeb Bush a Chris Christie, da Scott Walker a Rick Perry.

Gli Stati americani hanno leggi diversissime tra loro non solo su tasse e budget (gli Stati, come anche le città, possono fallire), ma anche su questioni come pena di morte, legalizzazione delle droghe, matrimoni omosessuali, istruzione, uso delle armi, aborto, eutanasia, immigrazione.

E questo non solo obbliga a responsabilità fiscale, ma consente libertà di “votare con i piedi”, andando dove ci si trova più in sintonia con i propri principi, e sperimentazione mirata di nuove soluzioni a problemi complessi.

Questo è federalismo vero, questa è la prima ricetta liberale del governo limitato.

In Italia la Lega se ne frega del federalismo – concetto ostico per le loro menti semplici, come ben sapeva Gianfranco Miglio – e si appresta, non senza logica, a passare da partito del Nord a partito nazionalpopolare per qualunquisti di basso ceto.

Anche se si tratta della ennesima rivoluzione impossibile, quella federalista di Cattaneo (e Minghetti) è una battaglia degna di essere ripresa e nobilitata, senza diatribe preistoriche su meriti e limiti del Risorgimento, che uno Stato riuscì comunque a metterlo in piedi.

L’Europa che resiste alla crisi è l’ Europa degli Stati piccoli, o degli Stati federali, o degli Stati che hanno avuto una Thatcher non troppo tempo fa.

Da tutti loro abbiamo da reimparare, per rifondare una democrazia liberale.