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Democrazia? Ma dove? Ma quando?

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Anni Settanta.

Una allora fiorente città del Nord.

Riunione dei dirigenti politici dei partiti del cosiddetto ‘Arco costituzionale’, riferimento creato con l’intento di escludere il Movimento Sociale da ogni partecipazione.

Le elezioni comunali hanno visto il partito di maggioranza conquistare quasi la metà dei seggi.

Si conviene quindi che il sindaco (all’epoca, il sistema era questo: veniva scelto tra gli eletti) debba essere di tale appartenenza.

Il segretario del partito in questione comunica che l’incarico deve spettare a uno dei quattro consiglieri facenti capo alla corrente che ha avuto il maggior successo.

Ora, uno degli esponenti in questione viene escluso in quanto deputato; un secondo perché essendo il leader di quella corrente non può per regole interne fare altro; un terzo per impegni professionali.

Il quarto tra cotanto senno diventa così sindaco della città e non importa affatto sapere chi sia, quali meriti e capacità abbia né se sia stato il più votato, eccetera.

Tocca a lui e basta!

(E’ un esempio, ma ne potrei recare ben altri.)

 

 

Anni Novanta e primo decennio dei Duemila.

La medesima città ora non più fiorente, in declino.

Un differente sistema elettorale comunale consente a un partito sempre minoritario di eleggere tre sindaci consecutivamente.

Un accordo partitico fa in modo che il candidato ogni volta sia in effetti scelto da una sola persona: il segretario/padrone di quel partito, come detto minoritario, che, senza un’alleanza con un partito più forte che rinuncia a proporre un proprio uomo, non arriverebbe mai a governare.

Di tutta evidenza, nulla di democratico ad opera di organismi (tutti, opposizioni comprese) che democratici si dichiarano.

E’ che la gente vota con i piedi, che si lascia turlupinare, che accetta.

Gli elettori si meritano, alla fine vogliono, i governanti che hanno.

Non se ne lamentino!!!

 

(Questo, a livello locale.

Ancora peggio – è sotto gli occhi di tutti – a quello nazionale!)