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Carlo Bergonzi ha compiuto novant’anni

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Lo scorso 13 luglio ha felicemente compiuto novant’anni il grande tenore italiano Carlo Bergonzi.

Ancora di recente, sentendo su Radio RAI Tre, nella mitica ‘Barcaccia’, un suo celeberrimo duetto con Renata Tebaldi l’emozione mi ha sopraffatto e mi sono venute le lacrime agli occhi.

Augurandomi che per lui quella raggiunta sia “l’età più bella”, come qualche altro nonagenario sostiene con forza, gli dedico l’articolo che segue che ricorda un episodio assolutamente vero occorsomi anni fa.

 

Eccomi pronto a uscire di casa… Mi avvicino alla porta e lo sguardo, come sempre in quel momento, va all’orologio a muro che abbiamo all’ingresso. Perbacco! Sono in anticipo di almeno mezzora, la qual cosa, del resto, mi capita di sovente.

Fatto è che odio aspettare e che detesto ancora di più farmi attendere. Ho quindi l’abitudine di arrivare in anticipo. Oggi, però, ho proprio esagerato.

Per ingannare l’attesa torno in salotto e, con una certa impazienza, mi lascio cadere su una poltrona davanti a Federica.

“Che fai?”, le chiedo, tanto per dire qualcosa.

“Sto rispondendo alle domande di un test”, mi dice, alzando, solo per un attimo, il capo dalla rivista nella quale è immersa. “Anzi, papà, visto che ci sei, dammi una penna per segnare le risposte. E che ne diresti di rispondere anche tu”?

Ora, dovete sapere che da sempre ho una decisa e radicata avversione per ogni tipo di test pseudo psicologico. Anzi, a pensarci bene, non credo minimamente alla psicologia, non considero in alcun modo seria la psicoterapia e reputo i cosiddetti terapeuti solo degli abili ciarlatani.

Insomma, non nutro la minima condiscendenza nei riguardi di chi dice (e accade spessissimo, peraltro) “Sai, ho gravi problemi psicologici… sono pieno di complessi” e altri consimili assurdità.

Sono arciconvinto che le cosiddette malattie di ordine psicologico, in verità, non esistano e ciò malgrado mi veda contornato da persone – per la maggior parte donne – che ad ogni pie’ sospinto si lamentano e gemono per le loro depressioni, per i loro complessi, eccetera, eccetera, eccetera.

Comunque sia, nel mentre queste considerazioni e altre del genere mi passano come lampi nella mente, offro docilmente a Federica la penna e mi trattengo, per il momento, dal bombardarla con una raffica di parole per convincerla a non rispondere a quel maledetto test, anzi a cestinare direttamente quella dannata rivista.

“Va bene”, mi dico invece, “Sorbiamoci una bella dose di assurdità. Cerchiamo, se possibile, di divertirci e sopportiamo il fatto che mia figlia, come del resto altri miei familiari, non concordi affatto con il mio giudizio a proposito di tutto questo ciarpame. D’altra parte, per tutti e due, si tratta solo di far passare in qualche modo un po’ di tempo”.

E così, me ne sto qui a cercare di rispondere il più seriamente possibile a domande prive di ogni sia pur minimo senso e, per cominciare, neppure mi preoccupo di sapere quale sia il fine di questo test (che vogliano scoprire se sono tendenzialmente e occultamente omosessuale? Paranoico? Filatelico? Non me ne importa nulla!).

Lo sapete tutti, vero? Di quando in quando durante l’anno e in specie d’estate ogni rivista che si rispetti ci propina una sequela di domande con il dichiarato intendo di farci conoscere meglio noi stessi (cosa che per molti, in verità, sarebbe senz’altro meglio evitare) e le singole questioni proposte sono quanto di più folle si possa immaginare. In certi casi, i compilatori pretendono dai pazienti lettori una competenza e una ‘cultura’ (si fa per dire) assai più che enciclopedica. Per rispondere, infatti, è necessario ricordare perfettamente il nome di tutti i protagonisti delle telenovelas e dei reality show, sapere chi era Bernard Malamud, conoscere a menadito l’opera omnia di Nicholas Ray e così via. L’intero scibile umano.

Federica comincia a leggere e mi chiede con tutta tranquillità con chi preferirei avere un’avventura scegliendo tra Nilde Jotti, Marilyn Monroe, Tina Pica e altre due signore che non ho mai sentito nominare.

Poi, via con una sequela di domande del tutto assurde fino ad arrivare alla soluzione finale che, in due o tre righe, vorrebbe farti capire tutto di te o quasi.

E così, scopro che il test in questione serve a definire il tipo di analista (freudiano, junghiano o che so altro) più adatto per risolvere le presunte difficoltà della persona che sta rispondendo.

“Va bene”, dico accondiscendente a Federica. “Leggi pure la conclusione che mi riguarda” e sto a sentire sperando di non dovermi sorbire troppe stupidate.

Non resisto più di due secondi: “Siete stati sempre invidiosi dei successi altrui e ora provate astio per quel vostro amico che ha appena comprato la Porsche…”.

Non la lascio proseguire (e così, se Dio vuole, non saprò mai quale sia lo psicoterapeuta adatto per me).

Invidioso io?

“Mai” e, senza volerlo mi metto quasi ad urlare, “Mai in vita mia ho avuto un attimo di invidia per qualcuno. E poi, figuriamoci, in ragione di un’automobile… Lo sapevo, sono stupidaggini, buone solo per i gonzi”, e sto dicendo quel che penso davvero. Come sarebbe per me possibile invidiare qualcuno stante il fatto che mi ritengo superiore a chiunque sul piano intellettuale, l’unico che conti davvero per me?

Anzi, devo dirlo, sono veramente contento, felice, se qualche mio amico o conoscente ha successo. Parteggio senz’altro per lui e sono il primo a congratularmi sinceramente.

Mia moglie, che passa dal salotto in quel momento, ascolta la mia filippica, i miei improperi nei confronti dei test, della psicologia, della psicanalisi, le mie rivendicazioni sulla assoluta mancanza di invidia nei confronti di chicchessia e mi blocca a mezz’aria con due parole:

“Dimentichi Bergonzi”.

Eccomi sistemato. Così imparo a confessare a qualcuno le mie debolezze. A rendermi vulnerabile.

Mi arresto come folgorato. Ebbene sì, è il grande dolore della mia vita.

Sono stonato e man mano che passano gli anni lo divento sempre di più.

Avrei voluto cantare – opera lirica naturalmente – ma non c’è nulla da fare. Basta che inizi e tutti si tappano le orecchie e mi implorano di smettere. Così ho dovuto rinunciare.

E mi resta l’invidia. Non nei confronti di Luciano Pavarotti, José Carreras o Placido Domingo, no, l’invidia, l’odio amore è un apprezzamento infinito per il vecchio, grande Carlo Bergonzi.

Non vi ricordate di lui? Se vi capita, ascoltatelo in tutto il repertorio verdiano, in ‘Tosca’ o in ‘Cavalleria rusticana’ e capirete come, in fondo, i miei moti di invidia nei suoi riguardi siano del tutto giustificati.

E poi, via, per una sola cosa e nei confronti di una sola persona… Anche il mio psicanalista mi saprà perdonare.