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Anna 2

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Uno

Da qualche tempo, ove il caso lo consenta, e quindi, soprattutto, nel corso delle prevendite via internet, al cinema come a teatro o ai concerti, ho preso l’abitudine di acquistare per me tre posti tra loro contigui, in genere – se la visione dello schermo o del palco in detta posizione non risulti difficile – lateralmente alla platea, sulla sinistra, vicino al corridoio.

Invariabilmente, dipoi, una volta in sala, occupo la poltrona centrale delle tre, colloco su quella a mancina, a seconda delle stagioni e delle contingenze, cappotto, impermeabile, ombrello e quant’altro, accavallo le gambe e le distendo a dritta appoggiando il braccio sulla sommità dello schienale del posto più interno, risultando in cotal modo – anche se non troppo per non conclamare la mia crescente sordità – proteso a cogliere ogni particolare dello spettacolo.

Conto, così, di potermi muovere a piacere senza badare a vicini magari di grossa taglia e di conseguente considerevole ingombro e, infine, di non essere disturbato da presso da bisbigli, rumori, sgranocchiare di popcorn, eccetera.

Grande, pertanto, la mia sorpresa, un paio di mesi orsono, allorquando, a rappresentazione iniziata da tre o quattro minuti, nel mentre in ‘poltronissima’, assiso secondo piacere e necessità, già ascoltavo le prime note del concerto di Rod Stewart a Verona, una gentile signora, scusandosi a gesti causa il frastuono che impediva ogni ascolto, dopo essermi passata davanti costringendomi in piedi, si è seduta a me d’accanto, obbligandomi a recuperare, di nuovo assiso, una assai scomoda posizione eretta.

“Che faccio?”, mi sono chiesto allora nel mentre, per l’immediato fastidio, perdevo d’occhio il palco e quasi non davo più ascolto alla musica.

Era, la dessa – la coglievo che, ignara del mio disappunto, già si volgeva, assorta, in avanti – sui quarant’anni, bruna, a prima vista gradevolissima.

Di più, contrariamente al resto del pubblico, come me, non partecipava rumorosamente e scompostamente al concerto e, piuttosto, con sottesa passione, osservava lo spettacolo nell’insieme, godendone, se così si può dire, compostamente.

Ciò visto ed anche per non dover magari questionare a decibel spianati mentre le batterie e le chitarre impazzavano, cos’altro fare se non lasciar perdere?

 

 

Due

Il cellulare.

E’ lei.

“E’ successa una cosa stranissima.

Davvero imprevedibile”.

Sara, lo sento dal tono della voce, è scossa, ma non totalmente.

E’ come se, in fondo, non sapesse se piangere o no.

“Racconta”, rispondo.

“Meglio di persona”, replica.

“Domani, verso le cinque, al solito posto”.

 

 

Tre

Ho impiegato quattro settimane a convincerla, ma ce l’ho fatta.

Mancavano un paio di bis alla fine del concerto e, per evitare di ritrovarmi imbottigliato tra la gente all’uscita dell’Arena, me n’ero andato non senza un sorriso di circostanza alla vicina.

Fuori, un caffè ancora aperto.

Seduto, una coca.

Inaspettatamente, eccola.

Viene in qua.

Improvviso: non si sa mai.

“Beve qualcosa?”, e mi alzo offrendole una sedia.

Mi guarda, pensierosa.

“Mi chiamo Marco. E lei?”

“Sara”.

E ci stringiamo la mano.

Del più e del meno, per rompere il ghiaccio, a partire dal comune amore per Rod.

Scopriamo di essere vicini di casa o pressappoco: io a Varese e lei a Busto Arsizio.

Arrivo a dirle della ragione della mia sorpresa al suo apparire.

Tira fuori il biglietto, lo guarda e quasi scoppia a ridere.

“Il destino”, dice.

“Avrei dovuto andare da tutt’altra parte.

La maschera si deve essere sbagliata”.

“Spero non le dispiaccia troppo”, aggiunge alquanto (mi pare e lo spero) maliziosa. “Così ci siamo conosciuti, no?”

Colgo la palla al balzo e cerco di far breccia, ma tutto quel che riesco ad avere è il numero del suo cellulare.

“Le telefono già domani. E’ una minaccia”, mi accomiato sorridendo.

Sorride anche lei.

 

 

Quattro

L’ho, invero, chiamata due giorni dopo.

Una piccola attesa non guasta.

“Salve, Marco”, ha risposto.

Evidentemente, aveva subito inserito il mio nome nella rubrica.

“Disturbo? E’ impegnata?”

“Chissà? Può dipendere…”

E’ andata avanti così per un po’: qualche difficoltà, incertezze.

Un “Mi sono appena separata” che invece di farmi recedere mi ha spronato.

Un paio di the in bar di periferia, un bacio sotto l’ombrello…

La scoperta: ha una specie di studio nel quale da sempre conserva le sue collezioni.

Riviste d’epoca: anni Dieci, Venti e Trenta del Novecento.

Da quando, infine, ha ceduto, é diventato quello il nostro ‘solito posto’.

 

 

Cinque

Ci siamo visti di frequente, non c’è che dire.

Come non bastasse (e non bastava), abbiamo scambiato telefonate, mail e un’infinità di sms.

Questi ultimi, da parte mia, spesso decisamente espliciti.

Addirittura, lo riconosco, al limite della volgarità, se letti da terzi.

 

 

Sei

Sono le cinque ed eccomi.

“Ciao” e provo ad abbracciarla.

Si sottrae.

“Lasciami dire”, comincia.

“L’altro ieri, verso le dieci del mattino, ho avuto un mancamento.

Insomma, sono svenuta.

Ero a casa.

Inerte, non ho ovviamente sentito il suono del cellulare che mi avvertiva di un tuo messaggio”.

Mi osserva.

La seguo, non perdo una parola.

“Mio figlio – l’ho capito successivamente, è ovvio – dopo avermi soccorso, deve aver preso il telefonino e, insomma, per farla breve, ha letto quanto mi avevi scritto”.

“E che sarà mai?”, intervengo. “Sei separata: non puoi avere un amico?

Insomma non mi pare grave”.

“Aspetta”, e scuote la testa.

“Tu i messaggini non li firmi contando sul fatto che il numero l’ho in rubrica.

Non sai che nel mio elenco non risulti ‘Marco’.

Chissà perché, ti ho registrato sotto ‘Anna 2’.

Come pensi sia rimasto Luca nel leggere che appunto una certa Anna mi desiderava, che voleva farmi questo e quello, eccetera?”

Ci sarebbe forse da sorridere, ma vedo che non è aria.

“Capisco. Bastava comunque tu spiegassi come stanno le cose…”

“Impossibile.

Luca aveva una faccia talmente da funerale che gli ho chiesto di dirmi tutto.

Ebbene, certo che Anna dovesse comunque essere un uomo, aveva subito chiamato quel numero.

Gli ha risposto una donna e lui ha appeso.

E’ finita che, sconsolato, mi ha detto ‘Mamma, adesso finalmente ho compreso perché hai lasciato papà’”

 

 

Sette

Patatrac!

Lei, per il momento, pensa solo a mettere insieme i cocci del suo rapporto col figlio.

Gli deve dire la verità o no?, mi chiede.

Vuole il mio parere.

Io, con la mente, ci sto e non ci sto.

Ho i miei problemi.

Mi vado interrogando.

“Perché mia moglie (della quale, naturalmente, non ho mai parlato con Sara, come non esistesse) non mi ha detto nulla della telefonata cui, evidentemente, magari mentre ero in bagno, ha risposto?

Non gli ha dato peso, visto che la voce era quella di un uomo?

Ha pensato fosse uno sbaglio?

E poi, se adesso, domani, dopodomani, Sara mi chiede chi era quella donna, che le dico?”

 

 

Otto 

Il toro va preso per le corna.

Quanto a mia moglie, decido di non preoccuparmi.

Un errore lo squillo: non se ne parlerà di certo.

Resta Sara.

“Amore”, le dico. “Capisco che tu non gradisca che tuo figlio ti ritenga lesbica.

Digli la verità.

Facciamo così: domani mattina, alle undici e mezzo, fammi chiamare sul cellulare da Luca.

Risponderò io.

Non solo: se lo desidera, lo farò parlare con la barista del caffè che sta sotto il mio studio.

Era di certo lei l’altro giorno.

Avevo dimenticato sul banco il telefonino.

Deve aver risposto pensando fossi il proprietario che voleva sapere dove diavolo l’avesse perso e poi si è scordata di riferirmi della telefonata”.

Venti euro a quella ragazzetta, che mi regga il gioco – penso – e tutto è a posto.

 

 

Nove

“Ok. Parlo con Luca.

Gli dico la verità.

Magari ti chiama ma non credo.

Ma, e ne sono dispiaciutissima, meglio troncare qui”.

Un disperato: ecco come sono riuscito a rappresentarmi dopo quelle sue parole.

Un disperato che, alla fine capisce che non c’è più nulla da fare.

Un ultimo, lungo bacio.

E via.

 

 

Dieci

Verso Varese.

Rilassato, fischietto.

Poteva andarmi meglio di così?