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Il killer della Terza Pagina

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Mai, prima del mese di marzo del 1993, mi era passato per la mente di fare lo scrittore di professione e cioè di cercare di sbarcare il lunario con i proventi di un’arte – la scrittura è senza dubbio tale – fino ad allora a me assolutamente ignota.

Un mese dopo circa avrei compiuto quarantanove anni, l’età che aveva Piero Chiara allorché diede alle stampe con enorme successo ‘Il piatto piange’.

Suo allievo per quanto riguarda carte, biliardi, roulette e altri amori, mi sembrò giusto cercare di seguirlo anche su questa particolare strada.

Verso la fine del mese di febbraio del successivo 1994, prossimo oramai al mezzo secolo di vita, a cortissimo di denaro e da quasi un anno inutilmente impegnato nella ricerca di una collaborazione con un qualsivoglia quotidiano, nazionale o meno, che accettasse benevolmente di pubblicare in terza pagina – quella culturale, per i più giovani che non comprendano tale antiquata espressione – i miei elzeviri (quelli di Chiara colà apparivano dieci, vent’anni prima  e neanche mi passava per la testa di pensare ad una diversa collocazione o ad un articolo di differente fattura), mi venne fatto di escogitare un inghippo che, ne ero certo, mi avrebbe immancabilmente spalancato le porte della gloria.

Si trattava di inviare una lettera ai direttori di un certo numero di testate, di grande prestigio ma anche locali (ci si deve accontentare, a volte) che, in qualche modo, ne carpisse la buona fede.

“Carissimo…”, diceva pressappoco la missiva, “ricorderai senz’altro che sere orsono ci siamo visti in casa della dolce Marta.

Nell’occasione – e ancora una volta ti ringrazio – sentiti i miei conversari, mi hai invitato a contattarti per una possibile collaborazione.

Titubante, ho lasciato trascorrere qualche tempo e poi, lo vedi, ho deciso, anche per non sembrarti scortese, di dare seguito alla tua gentilissima apertura.

Sono ovviamente più che disposto a venirti a trovare per un ulteriore colloquio quando lo desideri.

Attendo con trepidazione una telefonata.

Ancora mille grazie.

Tuo…”

Naturalmente, non avevo mai incontrato nessuno dei signori in indirizzo e la ‘dolce Marta’ altro non era che un parto della mia fantasia (così si intitolava un racconto breve da me scritto qualche giorno prima).

Trascorsi alcuni giorni e ricevuti un paio di bigliettini con i quali, assai educatamente, due dei signori in indirizzo mi comunicavano di ricordarsi benissimo la nostra conversazione ma di essere al momento impossibilitati a ricevermi, ecco la telefonata di un noto caporedattore (neppure sotto tortura rivelerei la testata) che mi trasmetteva i saluti del suo direttore e che mi invitava ad iniziare una fattiva collaborazione.

“Le passo”, aggiunse, ”il nostro…” e sentii benissimo che a quest’ultimo diceva: “Trattalo bene, è un amico del direttore”.

Toccavo il cielo con un dito!

La gioia – indicibile, ve lo assicuro! – durò purtroppo ben poco.

Un paio di mesi ed eccomi di bel nuovo a secco, stavolta per ‘colpa’ di una persona ben identificabile.

Incapace quale sono di ogni cattiva azione, mi limitai ad immaginare una terribile vendetta a seguito della quale sarei poi caduto sempre più in basso in una specie di violento e ingovernabile vortice.

Come uscirne se non attraverso una dettagliata autodenuncia, che peraltro spiegasse i mille antefatti, al giudice competente?

Eccola qui di seguito, compreso l’incredibile finale (in galera, purché celebre!), come allora vergata:

“Signor Procuratore, nulla di quanto sto per raccontarle, tranne chi io sia e il perché abbia in tal modo operato, Le è ignoto.

I fatti li conosce almeno quanto me, ma non può certo immaginare le motivazioni; cosa abbia causato quell’impulso irresistibile (ma ragionato) che mi ha spinto ad agire.

Mi permetta di cominciare da lontano e di portarla, per un attimo, sul piano squisitamente letterario.

Ricorderà senz’altro quel bel racconto di Heinrich Boll nel quale un giovane studioso alle prime armi, autore di una nuova, brillante tesi, si vede derubato della gloria da un vecchio professore che si appropria impunemente dei suoi scritti o quell’episodio, del tutto simile, narrato in un fortunato romanzo di David Lodge (mi riferisco ovviamente al divertente ‘Il professore va a congresso’).

Ebbene, la goccia che ha fatto traboccare il ‘mio’ vaso, dopo una lunga serie di frustrazioni, è pressappoco la stessa.

Verso la fine della trascorsa primavera ho inviato ad un importante giornale con il quale intrattenevo da un paio di mesi un sofferto rapporto di collaborazione uno scritto in onore di un autore del quale ricorreva il primo centenario della nascita.

L’articolo mi fu rifiutato con poche, scortesi parole per poi essere pubblicato, qualche tempo dopo, con insignificanti modifiche, sotto altra  firma.

Lei, come si sarebbe comportato al posto mio considerato che questo non era che l’ultimo schiaffo (morale, per carità!) che mi veniva affibbiato dalla cricca che governa i giornali, le riviste e le Case editrici?

L’azione non poteva restare impunita!

La settimana successiva, di martedì, ho atteso l’uscita da casa del caporedattore responsabile dell’accaduto e gli ho sparato al ginocchio destro.

Ucciderlo sarebbe stato eccessivo; molto meglio una ferita i cui postumi avrebbe dovuto sopportare per sempre.

Credevo di essere arrestato in poco tempo e, invece, malgrado il clamore per l’accaduto e le vostre investigazioni, nessuno ha pensato a me e, per così dire, l’ho fatta franca.

Proprio questo mi ha indotto a riflettere e mi ha spinto ulteriormente ad agire.

Da tempo mi ero convinto che nessuno, per quanto bravo e preparato sia, può sperare di arrivare a scrivere sui grandi giornali nazionali, nelle pagine culturali, essendo ogni possibile spazio occupato da decenni spesso da ottimi giornalisti ma anche, a volte, da vecchi, inamovibili, sfiatati tromboni.

Non solo!

Avevo anche scoperto che esiste in ogni quotidiano una lista d’attesa segreta di persone pronte e prendere il posto di uno dei collaboratori principe in caso di sua dipartita.

Decisi così di agire secondo gli ammaestramenti di John Huston seguendo il suo fantastico ‘I cinque volti dell’assassino’.

Prima avrei eliminato fisicamente i componenti della lista per così dire minore, poi qualcuno dei titolari di rubriche fisse sulle terze pagine.

In tal modo, alla lunga, una possibilità di arrivare a pubblicare con la necessaria continuità qualcosa l’avrei avuta anch’io.

E’ stato difficile riuscire ad identificare le vittime (come Lei sa ho dovuto procedere ad eliminazioni fisiche radicali), ma ci sono arrivato con uno stratagemma.

Prima di tutto, si trattava di scegliere a quale dei molti giornali dedicarmi e, poiché avrei preferito vedere i miei scritti sul Corriere della Sera, decisi di cominciare da lì.

Esaminate con cura le pagine del quotidiano in questione, annotai il nome degli autori che apparivano più raramente. Era chiaro che questi dovevano essere eliminati per primi perché, di tutta evidenza, già ben visti dal capo redattore e pronti al futuro, definitivo lancio.

E’ così che ho proceduto nelle ultime settimane, ad un ritmo decisamente serrato: due obiettivi ogni sette giorni.

Prima un colpo alle gambe per immobilizzarli, poi uno alla testa: quello di grazia!

(Del resto, lei il mio modus operandi lo conosce assai bene, non è vero?)

La mattanza è stata, naturalmente, seguita dalla televisione e da tutti i rimanenti media con crescente interesse.

E’ evidente che solo dopo tre, o, forse, quattro omicidi identici nell’esecuzione ma compiuti in città o paeselli differenti e lontani fra loro ci si cominci a chiedere il perché e quale sia il collegamento tra le vittime per cercare di scoprire il movente dell’assassino, e così è stato.

Malgrado tutto e nonostante il suo solerte operare non mi avete ancora identificato e ciò profondamente mi addolora.

Sono talmente poco noto da non suscitare alcun sospetto?

Questo mi risulta ancora più insopportabile.

Perciò le scrivo questa confessione: che tutti sappiano chi sono, che mi sia concesso, visto che la terza pagina giornalistica non mi vuole, uscire con immenso clamore in prima.

Diventare ‘qualcuno’ per sempre.

In prigione, scriverò le mie memorie (mi sono già preparato) e vedrà che allora le case editrici faranno a gara per pubblicarle.

La ringrazio per la cortese attenzione che ha voluto accordarmi e attendo.

Sono a disposizione sua, dei carabinieri o della polizia per l’arresto”.

 

settembre 1994