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Edward Hopper, ‘il’ pittore americano

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Certo, Jasper Johns compone il suo magnifico ‘Racing Thoughts’ nel 1983 e l’amatissimo Robert Rauschenberg addirittura nel 1998 l’immortale ‘Sphinx’s Atelier’.

Certo, Andy Warhol prima e la meteora Jean Michel Basquiat a seguire l’hanno illustrata alla grande si può dire, l’uno con e dopo l’altro, fino ad oggi o quasi, ma la ‘vera’ pittura americana nasce e muore (nel 1967) con lui, con Edward Hopper.

E’ una pittura diversa, in qualche modo appartata, che ha appreso quanto basta dai maestri europei di fine Ottocento e di inizio Novecento ma che si è andata evolvendo nel rifiuto, voluto o meno che fosse, di ogni vicinanza.

E’ una pittura che nella sua apparente estraneità, nel suo denunciare la solitudine di ciascuno anche quando per caso collocato vicino (forse mai davvero accanto) ad altri, emoziona fino alle represse lagrime.

L’ho detto e scritto, gli Stati Uniti che amo sono quelli letterari di Ernest Hemingway, John Steinbeck, Jack Kerouac, Dashiell Hammett e Raymond Chandler, quelli hollywoodiani cantati dai mille registi e sceneggiatori europei approdati alla Mecca del cinema nella prima metà del Novecento e appunto quelli messi su tela da Edward Hopper (non per niente, in copertina del mio romanzo breve ‘Albergo a ore’ ho voluto fosse riprodotta una sua opera).

Nighthawks, 1942

Nighthawks, 1942