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La mia reazione alla visione di ‘Gran Torino’ di Clint Eastwood

Nessun commento Cinema

Primavera del 2009.

Come il regista/autore voleva, ho detestato ‘Gran Torino’ fin dalla prima inquadratura: rappresenta, infatti, tutto quello che assolutamente aborro, tutto quanto, guardando agli anni che verranno, profondissimamente mi preoccupa.

Ultimo – da quando Michael Cimino è costretto al silenzio – ‘sguardo d’aquila’ della un tempo fortissima colonia hollywoodiana della destra anarchico/radicale, Clint Eastwood, per la terza volta nel breve volgere di un quinquennio (‘Mystic River è del 2003, ‘Million Dollar Baby’ del 2004 e il citato ‘Gran Torino’ del 2008), ci propone un’America sostanzialmente incivile nella quale i problemi del vivere, lungi dal volgere ad una soluzione, sempre più si aggravano, tanto che alla fine i protagonisti, costretti, o muoiono o si dileguano, incapaci come sono di pensare o porre un qualsiasi rimedio che non si riduca a un palliativo.

Di certo, il sotteso messaggio, l’invito a resistere non è affatto rivolto agli americani (negli USA, ci dice il vecchio Eastwood, non c’è più niente da fare, al riguardo) ma a quanti, nell’universo mondo, sono forse ancora in grado di salvarsi.

Considerato che, come altre volte ho scritto, nessuno dotato di un minimo di cervello può davvero pensare di impedire in toto ai diseredati di muoversi e di arrivare a noi in cerca di una pur misera sopravvivenza, quel che l’Italia deve fare è chiarissimo e solo una classe politica del tutto incapace, a sinistra (laddove, da trent’anni, ci si affida a Veltroni e D’Alema la cui profonda ignorante supponenza è sotto gli occhi di tutti!) come a destra (laddove, alberga un esasperante pressappochismo!), non è in grado di vedere.

Regole certe e invalicabili rigidamente applicate: entra e rimane solo chi è incensurato, ha una reale possibilità di lavoro, si impegna ad imparare velocemente (nelle apposite scuole che devono essere subito create per la bisogna) la nostra lingua, accetta di vivere in mezzo a noi e non, come in altri tempi occorso con i meridionali che salivano al nord, in un ghetto fra i propri simili, ritardando per ciò stesso di decenni l’indispensabile integrazione.

Il mio abiatico Giulio ha due anni e due mesi: concedo agli inetti che, alternandosi, ci governano un biennio scarso ancora, già preparando, peraltro, la via per differenti lidi (il verde Appenzello in testa), luoghi nei quali ritengo l’incombente inciviltà non possa o tardi moltissimo ad arrivare.

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