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La fiamma del peccato, un capolavoro

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regia di Billy Wilder

sceneggiatura di Raymond Chandler e Billy Wilder, ricavato dal romanzo ‘Double Indemnity’ di James Cain

con Fred MacMurray, Barbara Stanwyck, Edward G. Robinson, Porter Hall, Jean Heather, Tom Powers

 

Un agente d’assicurazione diventa l’amante di una donna e, su sua istigazione, complice nell’assassinio del di lei marito per riscuotere la polizza sulla vita del defunto.

Finale tragico, come si conviene.

La novità, nella un tempo celebratissima (per fare un solo esempio, Woody Allen, una trentina di anni orsono, ne parlava come del “miglior film di chiunque”) ma, a ben guardare, oggi, in qualche modo ‘datata’, pellicola di Billy Wilder – intitolata in originale ‘Double Indemnity’ – è che a compiere il delitto non sono dei malfattori ma persone del tutto o quasi ‘normali’. Semplici borghesi, non criminali professionisti. Altrettanto innovativo il fatto che a scoprire i colpevoli sia il miglior amico (detective al soldo della compagnia di assicurazione) del protagonista/omicida, controvoglia e malinconicamente perché gli vuole bene.

Tutto il contrario del solito, normale (in specie per quei tempi) e prevedibilissimo ‘trionfo della Giustizia’.

Il romanzo dal quale era stato tratto il film era opera del grande James Cain – per intenderci, autore anche del celeberrimo ‘Il postino suona sempre due volte’.

Wilder lo aveva letto senza riuscire ad interrompersi, tanto risultava avvincente, dopo averlo strappato dalle mani di una segretaria che per finirlo era arrivata a trascurare il proprio lavoro chiudendosi in bagno con il libro in mano.

Non potendo, a causa di altri impegni, Cain aiutare Wilder nella stesura della sceneggiatura, questi si rivolse per la bisogna al famoso esponente della Hard Boiled School ed inventore del personaggio di Philip Marlowe Raymond Chandler chiamato così alla sua prima prova a Hollywood.

I due, spesso in conflitto tra di loro, discutendo in continuazione, impiegarono addirittura sei mesi per portare a termine il lavoro.

Se fu poi facile al regista trovare la protagonista femminile giusta (una magnifica Barbara Stanwiyck, dark lady con un braccialetto alla caviglia, ‘alla schiava’ come si diceva una volta), quasi impossibile fu scovare quello maschile perché nessuno dei divi di allora anelava a comparire sullo schermo nello sgradevole ruolo dell’assassino.

Alla fine, pressoché obbligato dalla Casa di produzione con la quale era sotto contratto, accettò Fred MacMurray, in tal modo ‘punito’ (tra virgolette) per alcune precedenti intemperanze da star.

Fra i due le cose funzionarono bene tanto che il regista si ricorderà di MacMurray anni dopo e lo chiamerà per affidargli il ruolo dello spregevole coprotagonista dello splendido ‘L’appartamento’

‘Double Indeminity’ collezionò sei candidature all’Oscar senza vincerne neanche uno.

Nel corso della cerimonia per la consegna delle statuette, Wilder, imbufalito per non avere ricevuto alcun premio, seduto come era ai lati del corridoio che percorrevano i vincitori per andare sul palco, vedendo passare un festante Leo McCarey da un istante proclamato ‘miglior regista’, gli fece lo sgambetto provocandone la rovinosa caduta.

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