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Il commento di Marco Giuseppe Nebbia a ‘Giovane? Ho evitato di esserlo!’

Nessun commento Varie ed eventuali

Neppure io, nato nel 1956, sono mai stato giovane; forse lo sto diventando adesso.

Se ci pensiamo, nessuno che sia nato prima del ’45 è mai stato “giovane”.

È un concetto che nasce con la contestazione studentesca.

Prima si era giovani… senza saperlo!

Altro balzo notevole l’ideale di gioventù lo compie nel 1978: viene eletto Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Per la prima volta abbiamo un presidente che si rivolge direttamente ai giovani.

Io quindi, tecnicamente, sarei potuto essere “giovane”.

Non lo sono stato per circostanze e per motivi miei caratteriali: troppo giovane per il ’68, troppo… diciamo accidioso per sostenere le proteste del ’77, troppo affascinato dagli scritti di Indro Montanelli per aderire ad estremismi di sinistra, mi sono barcamenato in una mediocre tranquillità ideologica, giudicando i fatti della vita volta per volta, senza pregiudizio ideologico alcuno.

Oggi tutto è cambiato, il concetto di “giovane” è forte, importante.

Nello stesso tempo è nato un qualcosa di nuovo, un qualcosa di diverso rispetto ad ogni epoca precedente: il “razzismo anagrafico”.

Tutti si è molto attenti a qualsiasi insulto che riguardi il colore della pelle, l’orientamento sessuale, la fede religiosa, la località di nascita.

Si è attenti e pronti, giustamente, a sanzionare.

In un solo caso il razzismo è concesso: qualora questi riguardi l’età della persona.

“Vecchio” si può dire!

Eccome se lo si può dire!

Una persona come me, “bravo ragazzo del 56”, che tra le altre cose dimostra quindici anni in meno, che ha un fisico atletico perché corre ogni giorno all’alba, mangia sano, non fuma, una persona come me è tuttavia vecchia per il mercato del lavoro: ed ho scritto vecchia senza virgolette perché è proprio così, ormai è codificato, non vi è nessun modo particolare di intendere il termine.

Si è vecchi e basta.

Ovviamente, da parte mia, nessun risentimento verso chi è giovane, chi è giovane di tutto ciò non ha nessuna colpa.

È il mondo che è cambiato, che taluni han voluto cambiare, per il proprio tornaconto.

La cultura è stata completamente eliminata, troppo pericolosa, troppo… sovversiva.

L’istruzione è stata sostituita dalla “formazione”.

Importantissimo tale passaggio!

Con la prima si creano cittadini, con la seconda si “formano” schiavi per il mercato del lavoro.

Essenziale è che tutto ciò che non è legato ad una qualsiasi forma di produttività scompaia.

Per spiegarci meglio, prendiamo ad esempio Piero Chiara.

Analizziamo quello che io considero il suo romanzo migliore, “Vedrò Singapore?” e giudichiamolo in base a canoni ” aziendali”.

È la storia di impiegatucci e non, gente che ruba soldi allo Stato, parassiti che invece di produrre passano il tempo, pagato da noi!, a giocare a carte, andare a donne, manifestare il proprio fancazzismo in ogni maniera.

Gente che, vista in un’ ottica “brunettiana”, e non solo brunettiana, è sicuramente da fucilate.

Esagero?

Ironizzo?

Per nulla.

Aspettiamo ancora un po’ di tempo, dopodiché sono sicuro che uno scrittore come Piero Chiara in pochi saranno in grado di comprenderlo, che veramente l’analisi letteraria sarà svolta nei termini da me prospettati, cioè quelli di uno sfaccendato che racconta vicende di altri sfaccendati.

Non sono quindi stato giovane, “dovrei” esser vecchio ma mi sento giovane.

Che sono e cosa sarò?

Non lo so, so solo che viviamo in un Paese che potrebbe essere stupendo, che potremmo vivere facendo lavori interessanti, che ci piacciono, valorizzando la nostra cultura, la nostra arte, la nostra cucina, ed invece…

Ed invece può dirsi fortunato chi magari serve a tavola un vino pregiato ad un russo ignorante il quale dopo, un po’ brillo, assieme a cinesi, indiani, brasiliani e chissà chi altro, fotograferà il Duomo di Milano e chiederà dove sono i gladiatori.

Povera Italia, poveri noi, taluni di noi.

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