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Un gran bel western: Hombre, 1967

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regia di Martin Ritt

sceneggiatura di Irving Ravetch e Harriet Frank jr ricavata dall’omonimo racconto di Elmore Leonard

con Paul Newman, Fredric March, Richard Boone, Diane Cilento, Barbara Rush, Cameron Mitchell, Martin Balsam, Frank Silvera e Skip Ward

 

Lungamente attivo a Broadway, il regista americano Martin Ritt si segnala ad Hollywood già nel 1958 dirigendo l’ottimo ‘La lunga estate calda’.

Impegnato politicamente nella sinistra radicale, sia in teatro che al cinema affronta problematiche e temi ‘di denuncia’.

Così, più avanti, in particolare, a proposito del maccartismo, con ‘ Il prestanome’, interpretato da Woody Allen.

‘Hombre’, uno strano western nel quale, ben prima di ‘Soldato blu’ (il film che, secondo molti osservatori superficiali, avrebbe inaugurato, sconvolgendo gli schemi, il filone degli indiani ‘buoni’ e dei bianchi ‘cattivi’), i pellirosse sono soppiantati nel ruolo dei tagliagole da un ben assortito gruppo di banditi bianchi e messicani, si svolge – e l’eco di ‘Ombre rosse’ è per questo verso innegabile – in gran parte a bordo o durante il viaggio in terre decisamente inospitali di una diligenza.

Un Paul Newman particolarmente motivato e ‘in palla’ per la terza volta scelto come protagonista da Ritt (oltre a ‘La lunga estate calda’ e ad ‘Hombre’, ‘Hud il selvaggio’) è un bianco allevato dagli indiani con i quali ha continuato a vivere da adulto pur avendo avuto la possibilità di ‘tornare al mondo civile’ (in lui, due differenti nature e quando colpirà con ferocia un ribaldo dirà sarcasticamente “l’ho fatto ragionando da viso pallido”).

Abile e apparentemente spietato, saprà sacrificarsi per il bene comune.

Accanto, alcune vecchie glorie come il due volte premio Oscar Fredric March (l’amministratore della riserva indiana corrotto e corruttore), il bravo Martin Balsam (nel ruolo del conducente), Cameron Mitchell (lo sceriffo fedifrago) e il cattivo, per antonomasia considerati viso e fisico, Richard Boone.

‘Hombre’, stranamente per il genere western, punta molto sui caratteri femminili e così abbiamo, bella e purtroppo al tramonto, Diane Cilento nel ruolo classico della donna ricca di affetto e abbandonata ma non per questo priva di amore, e, giustamente spenta, Barbara Rush.

Indimenticabile la caratterizzazione del bandito messicano messa in opera da Frank Silvera: grosso, baffuto e dotato di un amplissimo sombrero e di una grassissima risata, come si conviene.

Martin Ritt chiuderà la sua brillante carriera nel 1990 con ‘Lettere d’amore’, una delle grandi performance di Robert De Niro e ultima apparizione sullo schermo di Jane Fonda fino al recente ritorno sulle scene.

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