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Los très Paraguajos

Nessun commento Varie ed eventuali

di Vittorio Salerno

“Nos semos los très paraguajos,

Siam bravi siam fortes

E non tememo la morte,

Ma non tenemos dineros…

Ahai-ja-ja…Ahai-ja-ja…”

 

Era il loro cavallo di battaglia.

Lo cantavano sempre prima di fare il giro tra i tavoli del locale chiedendo, con molta discrezione, un piccolo obolo per ‘las famiglias’.

Chitarra, chitarrina e ghitarron, giravano nelle trattorie romane tutte le sere, dalle nove a mezzanotte.

Sombreros enormi, bolerinos sgargianti, e pantaloni alla zuava rossi cantavano molto bene assieme, facendo anche il contocanto, La paloma, e Malaguegna, per finire sempre con il loro pezzo forte ‘Los tres paraguajos’ prima di iniziare il giro tra i tavoli, copricapo in mano a chiedere l’obolo.

All’inizio degli anni Sessanta, andavamo spesso a cena fuori, quasi tutte le sere perché in pieno boom economico gli osti, non so come facessero, ti facevano mangiare a sazietà con quattro lire.

Verso le nove e mezzo arrivava Sonya col suo violino zigano, una russa sulla cinquantina che mi metteva una gran tristezza perché mi ricordava mia madre.

Poi, verso le dieci/undici arrivava il cantante napoletano, una brutta copia di Roberto Murolo, che, per così dire, ci deliziava con un paio di canzoni  famosissime, tipo O surdato innamorato, o A spingola francese.

Quindi, verso mezzanotte, ecco Los tres paraguajos nei loro colori sgargianti a rincuorarci un po’ con la loro allegria.

Battevano le trattoriole che anch’io frequentavo in Trastevere, Il bucatino d’oro, La carbonara, La sora Lella, sicché eravamo quasi diventati amici.

E  davo a tutti laute mance.

Spendevo quasi più per i posteggiatori che per l’oste.

C’era un’atmosfera strana in quegli anni.

Tutti avevamo trovato un lavoro, molti si stavano comprando la prima macchinetta, e nessuno parlava più delle privazioni e delle paure patite durante la guerra né della miseria del dopoguerra.

Poi la città divenne insopportabile: troppe macchine, troppo caos, rumori, e mi trasferii in campagna.

Meglio pendolare a vita che entrare in nevrosi da ‘compressione umana’.

Andavo allora di rado nelle mie trattoriole in Trastevere, ma quasi sempre riuscivo a incontrare ‘Los tres paraguajos’, ancora coi baffi neri, i sombreros, le chitarre e il ghitarron.

Una decina di anni dopo, ne vidi solo due.

“E il terzo?”, chiesi.

I due superstiti alzarono gli occhi al cielo per farmi capire che se n’era andato.

Ma loro cantavano sempre “Nos semos los tres paraguajos…”

Poi non li vidi più.

L’anno scorso sono andato a cena Ai trenini, una trattoriola in periferia.

A un certo punto è entrato un tizio col sombrero in testa, magro, baffi bianchi, aspetto dimesso.

Un accordo e prende subito a cantare la vecchia canzone.

Ho fatto rapidamente i conti: erano passati decenni, forse mezzo secolo da quando li avevo visti la prima volta Al bucatino d’oro.

Venne anche al mio tavolo per la questua e gli chiesi:

“Ma perché Paraguajos? Non era meglio passare per messicani?”

“Otello, quando faceva la comparsa a cinecittà nei western, rimediò questi costumi e decidemmo di chiamarci Paraguajos, ma eravamo tutti e tre de Trastevere, dottò.

La vita è dura… Dura e breve…”, rispose con una faccia triste e commovente.

L’ho incontrato ancora una volta, poi non l’ho visto più.

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