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‘Au hasard Balthasar’ di Robert Bresson

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di Moreno Bernasconi

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Il ‘film della vita’ dell’intellettuale e giornalista svizzero, cosi’ come a me narrato nel 2005. – MdPR

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Verso la metà degli anni Ottanta mi sono sentito dentro una domanda: con quali occhi la mia generazione può guardare al Novecento senza dover distogliere lo sguardo per la paura o abbassarlo per la vergogna?

Come possiamo reggere il peso di ottanta milioni di uomini inermi (ebrei, kulaki, soldati semplici…) cinicamente condannati a morte alle Solovski, a Birkenau o a Stalingrado da ideologie prometeiche che promettevano l’avvento di una società perfetta o di un uomo perfetto?

La risposta che oggi mi viene spontaneo dare a quell’interrogativo impellente è la seguente: soltanto con quelli liberatori di un innocente.

E mi tornano in mente alcune immagini che mi hanno segnato proprio in quegli anni, presenti nei film di due grandi cineasti: il sorriso radioso della pazza in ‘Andrei Rubliov’ di Tarkovski (che riecheggia l’‘Idiota’ di Dostoevski), oppure il mite ciuco protagonista di ‘Au hasard Bathasar’ di Robert Bresson.

Nati qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale, noi cinquantenni abbiamo vissuto a lungo in una condizione di doppia ignoranza: l’oblio dell’orrore nazista propiziato dall’euforìa inebriante del boom economico degli anni Sessanta e Settanta, e la cortina di silenzio o di menzogne grazie alla quale sono state tenute nascoste le efferatezze di Stalin, della rivoluzione culturale cinese e dei Kmehr rossi.

Scoperto l’inganno delle ideologìe, ci ritrovammo a un bivio: abbandonarci a un disilluso cinismo oppure – come ammoniva profeticamente Rimbaud – stringere la rude ma amica realtà.

Fu proprio a quel bivio che mi si presentò davanti l’asino di Robert Bresson.

Fermo e inamovibile come solo un ciuco sa fare, mi incitava a resistere alla tentazione di colmare il vuoto esistenziale con l’Ersatz (attualissimo) della velocità fine a se stessa.

Testimone innocente del male, mi impediva di relativizzarlo, di bendarmi gli occhi per non vedere.

Nel film di Bresson, è con gli occhi di Balthasar che viene descritto, con implacabile autenticità, il destino di una giovane confrontata con la vigliaccheria e i vizi umani (l’orgoglio, la sete di denaro, la volontà di potere) e con una società che schernisce la nobiltà d’animo e la dignità degli uomini e delle donne.

Amico e compagno di giochi della piccola Marie, Balthasar è il suo alter ego: oggetto delle stesse attenzioni e vittima  delle  medesime vessazioni.

Buridano o Martino, povero animale da circo, disteso nel presepe o addirittura osannato dalla folla a Gerusalemme, il destino dell’asino è specchio dell’umana avventura nella sua più cruda realtà.

La realtà, splendida e abietta, che il cinematografo di Robert Bresson ritrae con amorevole precisione e di cui l’asino Balthasar è nel contempo vittima sacrificale e figura salvifica.

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