mdpr1@libero.it

La caserma Garibaldi

Commenti (6) Amarcord

di Giovanni Zappalà

A mio padre

Dedico queste pagine a mio padre che in queste mura ha trascorso gran parte della sua vita, servendo ogni giorno il suo amato Paese senza mai dimenticare coloro che partirono senza più ritorno. Trattò tutti i giovani come fossero suoi figli, salvandone alcuni…

AMARCORD

Avevo sedici anni nel 1953 e talvolta andavo presso il “ Comando Presidio Militare”  nella caserma “GARIBALDI” della nostra città dove mio padre, allora ‘maresciallo capo’ dell’esercito, aveva il suo ufficio.

[nggallery id=’17’]

Come tutti i ragazzi della mia età indossavo i pantaloni corti e nei mesi freddi quelli alla zuava, larghi e serrati sotto il ginocchio, come l’indumento in uso presso la fanteria coloniale francese.

Quelli lunghi, classici, c’erano ma l’usanza permetteva di indossarli al compimento del diciottesimo anno, età di transizione  prima di entrare ufficialmente a fare parte dei maggiorenni a cui si apparteneva al ventunesimo anno.

Comunque  il portatore dei pantaloni lunghi aveva la possibilità di accedere alle sale cinematografiche, il cui accesso era vietato ai minori di diciotto anni, per assistere alla proiezione di pellicole che la critica bacchettona di allora aveva classificate di contenuto pruriginoso. Ricordo che nell’interno delle porte delle chiese, assieme ai comunicati parrocchiali, un documento rilasciato dalle autorità  ecclesiastiche elencava i film in proiezione presso le sale della città accompagnati dalla critica e, appunto, dall’eventuale divieto.

Raro non era che presentandosi agli addetti alla obliterazione dei biglietti per accedere alle sale non era escluso il controllo della carta di identità, documento che era strettamente obbligatorio esibire alla guardia giurata fissa all’ingresso delle case di tolleranza.

A me piaceva portarmi presso la caserma per le tante cose che vi trovavo e che quasi sicuramente hanno influito sul mio orientamento scolastico, prima, di indirizzo professionale poi.

Amavo soffermarmi ad ammirare le cingolette, salirci, quando ero accompagnato, incuriosito da ciò che riguardava la loro conduzione, che per quanto contenute nelle dimensioni, erano  comunque  considerate  agili e veloci mezzi d’attacco, in quanto armate anche se con artiglieria leggera.

Oppure  rimanere ad assistere alle lezioni teoriche e pratiche che gli istruttori impartivano ai futuri carristi obbligandoli a percorrere in entrambi i sensi percorsi impegnativi opportunamente creati nello stesso cortile onde potere conseguire la dedicata patente.

Detto documento, allora  riconosciuto dalla motorizzazione nazionale, poteva essere convertita in patente civile senza sopportare alcun esame o obbligo di frequentazione dei relativi corsi.

Immagino che molti ne abbiano usufruito, terminata la leva in quel tempo obbligatoria, trovando impiego come autista o come meccanico.

Per quanto riguarda le armi le lezioni di balistica e d’impiego erano tenute nella grande aula a pianoterra mentre l’uso veniva insegnato nella trasferte al poligono di tiro del monte Chiusarella   (913m) sopra il centro di ‘La Rasa’ salendo da località Bregazzana la cui mulattiera veniva opportunamente chiusa.

Mi piaceva assistere alla lezioni di marcia o meglio a quelle ginniche, ancorché alle lezioni per alfabetizzare molti giovani, la maggior parte dei quali provenienti dai paesi del sud.

Potevano, con il dovuto tempo, essere  in grado di potere comunicare con le proprie famiglie nonché di apprendere le documentazioni che venivano loro consegnate riguardanti la guida dei mezzi, l’uso e la manutenzione delle armi, l’igiene personale, le norme di comportamento che contemplavano ‘valori, ordine e disciplina’da tenere sia nella vita militare che in quella civile, poi.

Parole cadute in disuso nella società odierna.

Ero attratto da mio padre, per nulla autoritario, affascinato dalla sua autorevolezza, fiero della sua divisa, generoso e altruista con i giovani.

Sempre disponibile a dare loro consigli e ad aiutarli nelle più svariate e personali circostanze.

Frequentemente li aiutava a leggere la corrispondenza che giungeva loro da casa, stesa dalla scrivano di turno, normalmente dal parroco del paese o da qualche stretto parente, interpretando il pensiero dei loro cari.

E talvolta rispondeva per loro ai genitori o alle fidanzate lontane.

Solo da adulto compresi appieno il suo carattere e i suoi pregi, e maggiormente lo ammirai quando venni a conoscenza delle sue azioni in cui rischiò la stessa sua vita, prima, durante e dopo le operazioni per la Liberazione nazionale.

Sarei stato felice di abbracciare la carriera militare e quando un giorno  ebbi  il     coraggio di esprimergli il mio desiderio per lui fu un dispiacere.

Evidentemente contrariato per la mia scelta ne parlammo, io e lui soli, per quasi un intero pomeriggio nel suo ufficio.

Non ritornai più sull’argomento, sperando segretamente in cuor mio.

Ci pensò il destino, o meglio la mia debole costituzione, qualche anno dopo.

Per tre anni consecutivi, tante erano a quei giorni le visite da farsi in via Milano presso l’Ufficio Leva della città, non fui accettato: due con la ‘rivedibilità’ infine con quello inappellabile di congedo fui definitivamente respinto.

Con sommo piacere di mio padre e altrettanta delusione da parte mia.

Ma il tempo è medico e con l’accumularsi dei giorni mi sarei ricreduto.

Rammento che gli uffici, salvo quello del colonnello comandante, erano  modestamente arredati e disposti ai lati di un lungo corridoio situato al primo piano dell’ala destra  che si affaccia  su piazza Repubblica, allora ancora in terra battuta.

Era considerata la piazza d’armi dove, bellissima, al centro si ergeva l’ampia scalinata in marmo bianco che precedeva la più bella composizione monumentale della città, quella ai caduti del Butti, ora relegata in un desolato e scuro isolamento.

L’ufficio di mio padre si affacciava verso l’interno del cortile anticipato dal lungo colonnato che, con gli archi che si inseguono sui due livelli superiori e il pianoterra,  rende  l’interno della costruzione architettonicamente affascinante, come se le sue severe mura esterne fossero chiamate a difesa del suo segreto giardino, che oggi ospita  una suggestiva  vegetazione,  come anticamente una nobile dimora.

Alle spalle della sua scrivania, rigorosamente in legno marrone, la carta topografica del territorio lombardo ed in alto un crocifisso stilizzato.

Alla sua sinistra, dall’alto verso il basso, la riproduzione fotografica del viso del secondo Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e lo stemma della  Divisione  “Legnano”, ricostituitasi dal 1948 al 1954.

Al termine della 2ª Guerra Mondiale l’Esercito Italiano era rappresentato da cinque Gruppi di Combattimento che avevano aderito alla  5ª Armata americana, all’8ˆ britannica e ad altre unità.

A Varese vi era  il distaccamento del 67° fanteria “Legnano” di Como, uno degli 11 Comandi Militari Territoriali, centro di C.A.R. (Centro Addestramento Reclute), a livello reggimentale.

Mio padre si alternava tra la scrivania e un piccolo mobile alla sua destra sul quale era appoggiata la nera macchina per scrivere M40 Olivetti.

Ed è appunto lì che mi piaceva sedere e prendere confidenza con la tastiera, i tabulatori, la selezione del colore del nastro rosso-nero che si avvolgeva e svolgeva sulle due bobine scure facendo scorrere il nastro da una parte all’altra una volta giunto al termine, nonché con le veline bianche  o rosa e i fogli di carta carbone che venivano sfruttati sino alla trasparenza.

Ma ciò che costantemente mancava nei piccoli cassetti riservati alla corrispondenza erano la buste da lettera. Era una anomalia comune ad altri uffici.

Era giocoforza quindi rimediare al disservizio.

Con un semplice strattagemma  mio padre vi rimediò, imitato poi anche dagli altri suoi colleghi.

Le buste della corrispondenza in arrivo venivano aperte con accuratezza sui tre lati e ripiegandole al contrario si incollavano i due bordi laterali.

Il terzo veniva sigillato quando veniva inserita la corrispondenza.

Come normalmente avveniva il timbro del “comando” sostituiva il francobollo e la corrispondenza veniva direttamente consegnata all’Ufficio Postale.

Alcune volte mi affacciavo alla balconata del primo piano per assistere alla sedute ginniche delle reclute, alla marce nel cortile nei diversi assetti di abbigliamento nonché  all’alzabandiera che sempre mi emozionava.

LA STORIA

“Il progetto della caserma già‘Garibaldi’, l’attuale costruzione, sostituì la dimora quattrocentesca appartenuta alla famiglia Griffi e poi ai padri Girolimini, usata fino allora come caserma, fu presentato il 13 maggio 1861in una seduta straordinaria presso il Comune, dall’architetto Isidoro Spinelli. ” (1)

“ L’intervento dello Spinelli segue il  disegno architettonico delle caserme tardo settecentesche edificate sotto la sovrintendenza del feldmaresciallo Pellegrini, già direttore generale del Genio e delle fortificazioni dell’impero austriaco, in particolare a Theresienstdt, la città-fortezza degli Asburgo”..

“Nel 1869 ad opera finita funziona per un anno come Spedale per “colerosi”,nel

1867si propone di aprire a piano terra alcune botteghe in affaccio sulla piazza.”(2)

La vecchia costruzione usata come caserma sorgeva sulla ’via per Milano’ e ospitava truppe d’occupazione in terra straniera, mal viste dai varesini e in più doveva incutere timore e rispetto per la forza dei militari.

Nel 1851 Francesco Giuseppe d’Austria compì  un viaggio nel Lombardo-Veneto, provincia dell’ impero, giungendo sino alle rive del lago Maggiore; si fermò nel  viaggio di ritorno a Varese, ove fu ospitato nella caserma ( la vecchia dimora Griffi) che si affacciava sulla Piazza d’armi, che assunse, in suo onore, il nome di ‘Caserma Francesco Giuseppe’.

Scacciati gli austriaci nel 1859 tale nome fu mutato dal re d’Italia, Vittorio Emanuele II, e la caserma divenne ‘Garibaldi’; la via su cui si affacciava divenne ‘via Magenta’, a ricordo della prima battaglia vinta dall’esercito sardo sugli austriaci.(3) (4)

“Nel 1878 tra il Municipio  e  L’Amministrazione militare venne stipulato un accordo con cui si stabiliva la permanenza di un presidio militare.”(5)

Nel 1901 l’originale della statua del ‘Garibaldino’ in pietra molera (proveniente dalle cave di Brenno e Viggiù) scolpita da Luigi Buzzi Leone di Viggiù nel 1861

viene collocata nell’atrio della caserma, dove ancora oggi risiede, allora affidata alla cura e attenzione del Distretto Militare.

Proveniva da Piazza Cacciatori delle Alpi dove era stata posata nel 1867 e da quel luogo rimossa in quanto si era constatata la friabilità del materiale  e la necessità di una sua installazione al riparo delle intemperie.

Nel 1897 in Piazza Podestà viene collocata la sua copia in bronzo.

Nel 1913 iniziarono le trattative per la vendita della Caserma  da parte del Comune di Varese al Ministero della guerra.

Il 12 settembre 1943 fu occupata dalle truppe tedesche provenienti da Milano.

La prima guarnigione di occupazione era composta da una ventina di militari comandati  dal ten. Gauglitz, raggiunto nel pomeriggio dal maggiore Hoffmann.

Entrambi facevano parte della 1ª Panzer-Division SS Leibstandarte Adolf Hitler, facendo prigioniero il col. Comandante che non abbandonò il suo ufficio.

Ligio al suo dovere venne rilasciato il giorno dopo.

Lì rimasero fino al febbraio 1944 preferendo poi installarsi presso l’ex collegio Macchi di via Pasubio che divenne la sede del loro comando fino al 25 aprile

dell’anno successivo, il giorno della liberazione, come la caserma che continuò

ad essere utilizzata dai militari italiani della RSI. (6)

L’edificio restò Caserma fino al 1970 e da allora rimane chiusa.

Il 20 marzo 2003 la ‘ Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio’

la definì un ‘ significativo esempio di architettura militare ’ riconoscendole un inequivocabile interesse storico, ponendo in tal modo una pesante ipoteca sulla sua salvaguardia.

Per il vero da quando qualche anno prima la nostra città perse il privilegio di essere riconosciuta sede di Distretto Militare veniva utilizzata,  non completamente, come deposito d’armi e di ricambi, e quasi fino ai nostri giorni il Demanio ha utilizzato alcuni locali come deposito delle documentazioni della Commissione tributaria provinciale di Varese.

Venne acquistata dal  Comune di Varese  nel 2007 per 2.450.000 Euro.

Il primo intervento effettuato sulla nuova proprietà fu quello di rimuovere la scritta in rilevo “CASERMA GARIBALDI ” sopra l’ingresso principale, come se così

facendo non fosse più riconoscibile o forse per indicare che la costruzione non

sarebbe più stata utilizzata per tale impiego.

Ciò non giustifica comunque la stucchevole, irriverente, azione.

L’ARCHITETTURA

“L’edificio è severo all’eterno come si addice ad una fortificazione sorta a guardia per la via di Milano e attigua alla piazza d’armi – oggi piazza Repubblica – destinata alle manovre e alle esercitazioni.

La pianta è a base quadrata e presenta un corpo di fabbrica semplice sviluppato su tre piani, un portico coperto a pian terreno e ai piani superiori il camminamento è un lungo balcone coperto ritmato da archi disposti su duplice ordine che suggeriscono  solidità e funzionalità.

I 36 archi lombardi si inseguono su due piani ed il portico perimetrale.

Al piano terra il solaio presenta una successione bidirezionale di volte a vela, appoggiate su archi e pilastri quadrati.

Il solaio dei piani sovrastanti ha strutture a travi parallele.

L’articolazione funzionale prevedeva aree con percorsi e zone definite:

la parte centrale destinata al comando e agli alloggiamenti degli ufficiali, le altre agli alloggi di servizio delle truppe, alle camerate comuni e ai servizi, quali le   cucine, le mense, la lavanderia, l’infermeria (7), poi i depositi, per le armi, le vettovaglie, la legna e il carbone, e le stalle indispensabili per ospitare anche reparti someggiati.

Lungo il perimetro interno vi è un poligono destinato a scaricare le armi.

La copertura è in tegole di cotto, secondo canoni locali, tagliata da otto abbaini su ciascun dei lati lunghi e da tre sui lati corti.

Le possenti mura perimetrali rendono l’edificio termicamente isolato.

E’ una struttura architettonica affascinante, unico esempio rimasto nel circondario di edificio militare del 1800. ”  (8)

LA GRANDE INCOGNITA

Da qualche anno la stampa locale e non si sta interrogando sulle sorti del complesso in quanto è stata individuata , ingiustamente, quale responsabile del degrado della piazza Repubblica.

Per la completa riqualificazione della zona sembra che l’unica soluzione sia il suo abbattimento, anche parziale, glissando così il vincolo dei Beni Architettonici, lasciando lo spazio guadagnato per la costruzione di un ‘faraonico’ teatro in muratura al posto di quello esistente considerato provvisorio.

La piazza, inoltre, dovrà anche ospitare un complesso multifunzione da dedicare agli studenti dell’università.

“L’obiettivo del progetto è quello di trasformare piazza Repubblica in cuore pulsante delle città di Varese” è stato dichiarato dal dedicato assessorato.

E così è stato presentato il progetto di fattibilità  lunedì 18 luglio 2011, il secondo incontro sull’argomento, presso la Sala Montanari ex Rivoli.

Il contenuto del progetto si adegua ai requisiti  esposti in vista delle variante che il Comune sta analizzando ottemperando agli obblighi  che  comporta la Valutazione Ambientale Strategica.

Il soggetto prescelto per l’eventuale intervento è privato ed è previsto come   “project financing” e contemplerebbe la modifica, quindi il non utilizzo (si ignora il tempo di fermo) del parcheggio sotterraneo ( con l’infelice soluzione delle direzioni delle relative rampe di accesso e uscita) il cui “ do ut des” contempla, in cambio, la costruzione di elevate cubature (120mila) nella zona dell’attuale teatro,  destinate, con i tempi attuali, a rimanere deserte o quasi, acutizzando in tale modo il degrado di una piazza che non è propriamente un polmone verde.

Il degrado è figlio dell’abbandono e dell’incuria.

A Mantova nel 2012 l’ex caserma è divenuta “Cittadella della musica” con sale di ascolto e di registrazione, nonché ‘studentato’ con nutrite biblioteche.

“A Moncalieri  ospita la sezione dei carabinieri”. (9)

CONSIDERAZIONI

Come avviene in molte città italiane, ma soprattutto estere dove è normale consuetudine, dovremmo maggiormente rispettare le costruzioni storiche che sono il patrimonio della nostro Paese, nonché della nostra città.

Troppe volte ce lo siamo dimenticato demolendo e abbattendo costruzioni di rilevanza storica, perfettamente in armonia con l’esistente.

Tra questi uno riguarda lo scempio che si è consumato, sotto gli occhi di tutti i cittadini, nel 1960 che ha irreparabilmente deturpato la piazza Monte Grappa abbattendo il palazzo Perabò per far luogo ad un centro commerciale.

L’altro, indimenticabile, è il Teatro Sociale (10) abbattuto ancora prima, nel 1953, in piazza Giovane Italia, oggi amaramente rimpianto, senza dimenticare ciò che rimane del Castello di viale Belforte, ormai divenuto quasi un rudere, forse irrecuperabile, costantemente soggetto a crolli.

“La storia fa ancora più apprezzare la Caserma Garibaldi: fermarsi a ciò che appare da via Spinelli per decidere le sorti  di un pezzo di storia della città, autorizza a perpetuare operazioni di stravolgimento del tessuto culturale, analoghe allo sconvolgente snaturamento dell’esistente attuato per fare posto al parcheggio sotterraneo di piazza Repubblica.

Il parcheggio è un disastro ambientale, attivo solo a metà per errori di valutazioni della struttura del terreno, lo scavo ha provocato problemi di cedimento del manto stradale e allagamenti nelle zone limitrofe a ogni pioggia intensa; la piazza cementificata, cancellata la scalinata esistente, svilisce il monumento ai Caduti relegato sopra l’uscita pedonale tra gli sfiatatoi, consolato solo da quattro pini e da un praticello votato alla pennichella e ai cani della zona, ridotto a mera appendice di uno spazio piatto, anonimo da chi ha dimenticato la storia della città.

Almeno la caserma resista  allo sciacallaggio dei novelli trasformatori, e torni alla sua primitiva funzione, magari ospiti la Guardia di finanza, alloggiata in un anonimo caseggiato, una sede davvero poco dignitosa. ” (11)

Sarei rimasto sorpreso se a seguito degli scavi profondi cinque piani e proprio in prossimità delle sua fondamenta, nonché dalle vibrazioni (nella banda di tutte le frequenze) delle potenti attrezzature per effettuarli, la facciata di destra della costruzione non avesse col tempo denunciato alcuna sofferenza anche se, durante la costruzione, vennero costruite strutture armate per contrastarne la spinta.

“ Nel 1992 in occasione della costruzione dell’autoparcheggio interrato in piazza della Repubblica i tecnici del Genio Militare rilevarono la presenza di lesioni e nel luglio 1993 vennero fatti controlli perimetrali sulle strutture dello stabile che fecero emergere ‘ un comportamento discontinuo e in alcuni casi contrastante’.

Nel 1997, dopo una ristrutturazione, alcuni locali sono diventati sede della Commissione tributaria provincia di Varese.

Nel 1998 la terza direzione del Genio Militare ha richiesto all’Amministra-zione Comunale di vietare il transito dei pedoni lungo la via Spinelli, sollecitando il  Ministero delle Finanze ( proprietario ed usufruttuario) in modo che provvedesse a tutelare la Caserma nelle zone ‘sofferenti’.

Anche i Vigili del Fuoco, che quell’anno rimossero alcune parti pericolanti sul cornicione prospiciente piazza Repubblica rilevarono l’aggravarsi della situazione sulla facciata. Sempre nel 1998, a seguito di alcune ordinanze sindacali rivolte al Ministero delle Finanze, sono stati eseguiti diversi interventi per la messa in sicurezza. Ciò si è ripetuto anche nel 2000.” (12)

Si apprende così che tutti gli interventi di consolidamento vennero eseguiti dopo la  costruzione dell’autoparco sotterraneo che, non evidente in superficie, si estende per tutta la sua lunghezza sotto via Spinelli fino al limite delle fondamenta della caserma, eliminando il naturale contenimento della struttura, onde massimizzare la superficie sotterranea pagante.

Infatti, per chi lo ricorda, il progetto del ‘nuovo teatro’ prevede la sua realizzazione completamente nell’interno della ex costruzione militare, senza gravare, ovviamente, sulla superficie che oggi, via Spinelli, appunto, viene impiegata come una delle arterie a maggior traffico della città.

Non così per la ‘palazzina della cultura’ prevista sul lato sinistro del teatro che, rimosso l’attuale camminamento insistente sulla piazza nei pressi dell’uscita ‘per via Magenta’, gravando completamente sul piano, richiederà  probabilmente di un intervento di sostegno nell’interno dell’autoparco.

Quando, giovanetto, frequentavo la caserma nessuno ha mai evidenziato alcuna discrepanza e neppure allarmanti fenditure.

Vecchia più di due secoli la solida costruzione sembrava sfidasse il tempo.

L’infelice intervento per l’autoparco l’ha indebolita, ma non vinta.

Ci consola il risultato dell’ispezione comunale del 9 agosto 2012 i cui esponenti hanno escluso ‘salvo cataclismi’ ogni rischio di crollo.(13)

Tempi addietro  avevo suggerito l’insediamento del Comando della Polizia Municipale, e perché no un distaccamento della Polizia, sede per la Protezione Civile, per l’Associazione Combattenti,  Centro di convegni, sede per Associazione Culturali, mostre, concerti musicali, esposizione di reperti museali recuperati dai depositi e quindi non visibili e altre ancora.

“Una vera ghiottoneria per un comune che avesse voglia di valorizzare la propria città, e invece la troviamo malata proprio al suo ingesso.

Ridiamole almeno una sembianza esterna di dignità.” (14)

Anche se non si è in tempo per l’impiego almeno, pur tenendola chiusa, in previsione dell’expo del 2015 rendiamola esternamente accettabile in vista dei due milioni di visitatori previsti per la nostra città. Non è possibile?’ (15)

Questa la domanda pronunciata da un anonimo interlocutore confuso tra il pubblico presente al dibattito avvenuto sull’argomento “Expo” presso il bar ‘Zamberletti ’ di corso Matteotti rivolta agli invitati del consiglio comunale.

Salvo la battuta di uno degli ospiti, nessuno si pronunciò.

PENSIAMOCI BENE

Un solo insediamento di quelli indicati, come la sezione dei ‘Carristi d’Italia’ e dei ‘Carabinieri’oggi, ridarebbe importanza alla zona in quanto portatore di vita e di interesse ponendo in tal modo fine all’incuria, portatrice di microcriminalità.

Sono favorevole al nuovo teatro, ovviamente, ma non lì, avvantaggiando comunque progetti primari rispondenti alle esigenze dei cittadini.

“Spero prevalga l’uso della lenta ma paziente cazzuola e non della veloce e crudele ruspa meccanica.” (16)

Recenti provvedimenti sono stati rimpianti nel tempo e a ritroso non si può tornare. Non si commetta l’errore di compierne ancora.

Nelle pagine della nostra città dedicate al turismo non viene nemmeno contemplata come se fosse invisibile, trasparente.

Eppure la vediamo tutti i santi giorni manifestare, muta, la sua sofferenza.

Riportiamola alla vita a tutto vantaggio dei cittadini, nel nome della storia

della nostra città, senza motivo dimenticata.

L’equazione vincente è: riqualificazione = riutilizzo.

Che anch’essa non diventi memoria gettata nel vento.

Al di là del valico avrebbe avuto migliore considerazione.

Giovanni Zappalà

(1)-   Ivana Pederzani – ‘Il carro del progresso’ Spesa pubblica, politica e società aVarese in età liberale (1859-1898)’, pag.88 ‘Unicolibri’ Sett. 2009.

(2)-   Ovidio Cazzola – ‘Caserma, troppo facile da demolire’ su ‘La Prealpina’ 19,01,’14.

(3)-   Rosalba Ferrero – ‘Storia e fascino della caserma Garibaldi’ ‘rmfonline’ in ‘Attualità’ Va. 24 luglio 2011.

(4)-   Luisa Negri – ‘Il nostro grond zero’ “…dedicata a Garibaldi dove si guadagnò una delle più importanti vittorie risorgimentali, e dove Tamagno prestò servizio militare.’ ‘rmfonline’ in ‘Attualità’ Va 17,01,’14.

(5)-   Paola Crestani –  ‘ L’odissea della caserma Garibaldi’ su ‘ Luce ’, 13 aprile 2003.

(6)-   Giovanni Zappalà – ‘ Arrivano i tedeschi’ su “Varese e Cuvio, anni ‘40”  ‘Macchione Editore’ Va. 2009.

(7)-   ‘infermeria’ – Nel 1953 presso l’infermeria, all’ultimo piano, terminava la leva nella sua città il dott. Luciano Frattini (Va 20-7-‘27,Va 25-12-‘02) noto personaggio divenuto medico dei miei genitori, poi mio.

(8)-   Rosalba Ferrero – Già citata in (3)

(9) –  ibidem

(10) -Bruno Belli – ‘Il teatro Sociale di Varese nell’Ottocento’, Graf. Europa Va’03.

(11) -Rosalba Ferrero – Già citata in (3)

(12)- Paola Crestani – Già citata in (6)

(13)- Pasquale Martinoli – ‘ Brutta fuori,bella dentro’ su  “La Prealpina” del 10 agosto 2012.

(14)- Nicoletta Romano – ‘ Piazza Repubblica, com’era bella’- su ‘Varesereport’ 27-9-’13.

(15)- Bruno Belli – I ‘Venerdì’ di B. Belli’ su ‘Varesereport’- Va. 4 ottobre 2013.

(16)- Emilio Corbetta  – ‘ L’ex Caserma Garibaldi è un pezzo di storia: non abbattiamola’ su ‘varese7 press. it ’ del 27 settembre 2012.

 

6 Responses to La caserma Garibaldi

  1. Gilberto Vannini ha detto:

    In questa caserma prestò servizio militare il Tenore Giuseppe Tamagno, che venne poi ad abitare a Varese, proprio perchè ricordava ed amava la città conosciuta nella sua prima gioventù. Allora a Varese c’era il Teatro Sociale, in cui si esibivano i grandi cantanti prima delle rappresentazioni alla Scala. Villa Tamagno, lo sapete, è la villa attualmente sede dell’Amministrazione dell’Ospedale di Circolo. Sapete anche la curiosa storia della figlia Margherita, l’amata figlia di Tamagno? Nessuno ha mai saputo chi fosse la madre, storia inversa dal solito… mater certa est… qui di certo c’era solo il padre. Si dice che la madre fosse addirittura la Regina Margherita… ma questa è un’altra storia. Ma non buttiamo giù la caserma, anche lo spirito di Tamagno se ne avrebbe a noia…. ovvìa .

  2. Roberto Gervasini ha detto:

    Significativo è il fatto che dopo l’acquisto da parte del Comune di Varese, la Giunta leghista abbia subito tolto l’insegna, ” Caserma Garibaldi “,cosa questa che la Sopraintendenza dovrebbe sanzionare subito, non avendolo fatto allora. Infatti da allora tutti i varesini la chiamano, ” Caserma Miglio ” Poveretti. Vent’anni di giunte leghiste si ricorderanno per i parcheggi e per i due alberghi ( Ligresti e Polita) dei mondiali di ciclismo, con un buco finanziario di oltre 800 mila euro, come quelli dell’anno dopo a Mendrisio. Adesso potrebbero far in tempo a demolire la caserma Garibaldi per poi far meno danni in futuro appoggiando dall’esterno il nuovo sindaco di “centro- sinistra”, si fa per dire, intendo ” sinistra “.

  3. Annamaria ha detto:

    Perchè non sfruttare la vecchia struttura storica e cercare di adeguarla alla formazione di un centro culturale come stanno facendo in altre parti del mondo, senza distruggerla completamente ma solo modificandola in parte per adattare il vecchio edifico alle nuove esigenze?
    Infatti, per esempio, in una città come Belgrado la vecchia accademia militare sta per essere trasformata in una sede di future mostre d’arte, anzi ne hanno già realizzate alcune al suo interno e vi assicuro piuttosto suggestive in quei vecchi spazi…

  4. Gabriele Angelini ha detto:

    Caro Zappalà,
    Visto il suo bell’intervento su Prealpina di oggi, di esso mi complimento ma invio la mia opinione che forse non coincide. Ma è la mia.
    Forse apparirà sullo stesso giornale a giorni.

    I varesini che hanno prestato il servizio militare ricordano, con tenerezza ed emozione, la Caserma Garibaldi. La sentinella alla porta, gli scalini di pietra consumati dagli scarponi chiodati di fanti che li hanno saliti e scesi in tanti anni. In essa si recavano a far vistare la licenza con qualche perplessità: Si doveva andarci in divisa o anche in borghese? La sentinella andava salutata o no? Come ci si doveva rivolgere all’ufficiale o sottufficiale addetto?
    Piccoli dilemmi ovattati da punte di nostalgia per i vent’anni passati, ormai da molto, ci fanno soffermare lo sguardo all’edificio e sovente, nel passare distratto, c’inducono a volgersi di nuovo. Un addio.
    Il critico d’arte Vittorio Sgarbi ha fatto almeno due visite a Varese, per la Caserma Garibaldi. In occasione della sua ultima ha sentenziato che si può metter mano all’edificio, pericolante ed anche pericoloso, purché si rifacciano le facciate “identiche alle preesistenti”. Il grande esperto d’arte evidenzia le ultime costruzioni della nostra città e non risparmia critiche, fino all’insulto, nei riguardi di architetti locali che hanno generato tali scempi.
    Tutti gli edifici di un certo rilievo ricevettero, le cronache di sempre documentano, feroci critiche al momento dell’inaugurazione, indifferenza seguita da polemiche, quando, non più adatti alla bisogna, devono essere rifatti per altre destinazioni che, il passare del tempo e il mutare di situazioni, hanno reso opportune. Non so quale peso oggettivo possa avere, il dottor Sgarbi, sulle decisioni circa il destino della Caserma Garibaldi, il suo valore come critico d’arte è fuori discussione.
    Molto meno ne hanno le sue referenze per le prove che offrì come pubblico amministratore.
    A questo proposito mi torna alla mente un aneddoto riportato dai vecchi, tanti anni fa.
    Lo avevano sentito, a loro volta, da altri vecchi. Ha quindi più di un secolo.
    Il rione di Borsano, comune di Busto Arsizio, era zona agricola. In consiglio comunale i due o tre consiglieri, qui eletti, usavano sistemarsi sugli scranni più lontani dal tavolo della giunta. Assessori si alternavano a presentare e magnificare progetti d’opere e provvedimenti:
    Strade, ponti, palazzi, giardini, scuole e così di seguito.
    Ad un certo punto qualche consigliere che si trovava circa a metà dell’aula, si rivolgeva al relatore:
    “Chi da Bursan i vusa” (quelli di Borsano si agitano.)
    “Consiglieri di Borsano, venite ad esporre le vostre idee”.
    Uno di loro scendeva. Riluttante, con gli scarponi magari ancora infangati dal lavoro in campagna, raggiungeva il tavolo della giunta.
    Proprio poche parole: “Sal custa e chi paga?”. (quanto costa e chi paga?)
    Ritornava poi al suo posto. Con passo lento e pesante, tipico di chi è uso lavorare la terra.
    A questo punto che fine facesse la maggior parte dei progetti, è facile da immaginare.
    Non c’è qualcuno che porga la stessa domanda a Sgarbi, oggi?
    Pur con la mia fantasia, non tanto limitata, mi riesce difficile immaginare code di persone, provenienti da ogni parte d’Europa, in attesa di visitare la “Caserma Garibaldi di Varese”, restaurata rispettando la “fattura originale di edificio militare”.
    Questo anche se in essa lascio un briciolo di cuore.

  5. Sergio Sciancalepore ha detto:

    Buongiorno,

    nella caserma Garibaldi non prestò servizio solo il tenore Tamagno ma anche lo scrittore ed esponente della Scapigliatura milanese Iginio Ugo Tarchetti, autore del bellissimo romanzo “Fosca”.
    Venne a Varese nel 1861, era ufficiale (mi pare) del Servizio di Commissariato militare e nella sua breve permanenza varesina ebbe una relazione sentimentale con una giovane, Carlotta Ponti, della famiglia Ponti, proprietari delle omonime ville di Biumo superiore.
    La descrive come una “bella bruna”, ventenne, era promessa sposa ad un ufficiale austriaco, poi la guerra del ’59 mandò tutto a monte.
    Chissà se della permanenza varesina del Tarchetti sono rimasti documenti, per esempio (se esiste ancora) nell’archivio della caserma o nell’Archivio di Stato!
    Se qualcuno sa qualcosa…
    Grazie!

  6. tasselli ha detto:

    sono interessato a conoscere quando esattamente (mese – anno)la Caserma Militare in Piazza Sant’ Ambrogio fu intesta a Garibaldi.-

    Nel 1935 Renato Guttuso era S. Tenente di Fanteria al 7° Regto Cuneo.-

    Attendo un vs. segnale.-

    Sempre con viva cordialità.-

    Silvio Tasselli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *