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Pierino morto in sala

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Decenni orsono, per lunga pezza, ho frequentato Busto Arsizio.

Una sola la ragione: raggiungere l’accogliente agenzia ippica che apriva i battenti in pieno centro.

Agenzia nella quale, ignoto come ero ai frequentatori, assai difficilmente qualcuno avrebbe potuto riconoscermi.

In macchina, uscito dall’autostrada (che, infinite volte, non avrei ripercorso al rientro essendo rimasto senza il becco di un quattrino, impossibilitato, quindi, a pagare il pedaggio), seguivo il lungo viale che traversa la città per poi piegare a destra e parcheggiare nei pressi della sala scommesse.

Un ambiente tranquillo, pochi esagitati, gente dedita al gioco con serietà, quasi nessuno ‘scoppiato’ e, poi, Pierino.

Era costui un apparentemente anziano signore che, invariabilmente ogni giorno, aperta l’agenzia, avanzando a fatica appoggiato a un bastone, si accomodava su una sedia e sprofondava in un sonno rantolante dal quale veniva richiamato al momento della chiusura.

Talmente spaventosi i suoi lamenti ad occhi serrati, da farne temere un improvviso decesso.

E’ in ragione di ciò che una delle scommesse alle quali tra i frequentatori era possibile partecipare si chiamava ‘Pierino morto in sala’.

Il cinismo di noi giocatori gli ha portato bene: quel desso, mi dicono, è ancora tra i vivi.

Non così, certamente, molti tra quelli che avevano giocato a quei tempi sul suo passaggio a miglior vita, contando accadesse proprio nel mentre i cavalli sfrecciavano a San Siro piuttosto che alla Favorita o alle Mulina e delle loro gesta venivamo a sapere dal veloce scorrere delle parole dettate dalle telescriventi  sugli schermi spenti e grigi delle tv.

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