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Il caratteraccio di san Paolo

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Mi capita di meravigliarmi grandemente delle altrui meraviglie.

Tempo fa, leggendo sui giornali titoli e articoli nei quali, trattando della figura di san Paolo sulla base di un recentissimo testo (‘Il viaggio di Paolo’, Italianuova), vergato a due mani dalla vaticanista Elisa Pinna e dal sacerdote Caesar Atuire, amministratore dell’Opera Romana Pellegrinaggi, si dava ampio risalto a ‘novità’ (ma quando mai?) quali “il caratteraccio” dell’Apostolo delle Genti e la sua intuizione che “il Vangelo poteva raggiungere tutti e costituire il fondamento di una fede universale”.

Ora, tralasciando la davvero sterminata letteratura che nel corso di due millenni ha abbondantemente e profondamente sviscerato ogni pur nascosto lato del carattere e delle idee, come delle azioni, di Paolo di Tarso, possibile non avere comunque in mente al riguardo almeno la sua ‘Lettera ai Galati’?

E’ in questo fondamentale documento (particolarmente caro, fra l’altro, a Martin Lutero – “La mia piccola epistola con la quale mi sono fidanzato”, scrive il grande riformatore nel suo secondo commento appunto ai ‘Galati’ – il quale, ha ricordato di recente Gianfranco Ravasi, proprio riflettendo su di essa e sui suoi insegnamenti, “aveva segnato l’avvio ideale di quella che sarà la Riforma protestante”), difatti, che cogliamo appieno le due citate caratteristiche del Nostro in specie nel suo ‘arrabbiarsi’ con san Pietro per un atteggiamento nel quale rileva quanto meno un dubbio del primo tra gli apostoli in relazione al fatto che, davvero, la Parola di Cristo possa essere universale.

Ancora riprendendo l’esposto di monsignor Ravasi (si potrebbe dir meglio?), ecco quanto accade: “Pietro, ad Antiochia, osserva le norme rituali alimentari quando è presente una delegazione di ebrei gerosolimitani, le supera quando è solo con i cristiani di origine pagana. Questa doppia misura irrita san Paolo che non esita a ‘opporsi a viso aperto perché (Pietro) era evidentemente nel torto’. E in effetti il comportamento di Pietro avrebbe giustificato l’esistenza di due Chiese, estranee l’una all’altra, impossibilitate ad essere ‘l’uno in Cristo’”.

Veemente, di carattere – e qualcuno ha detto che chi ha carattere ha necessariamente un cattivo carattere – la difesa di Paolo della sua intuizione in merito all’universalismo e unicità della Chiesa,

Forte, d’impeto e d’estro, la ramanzina impartita a colui al quale, comunque, benché sia nell’occasione da bacchettare “direttamente”, come scrive, in quanto in errore, “riconosce la funzione di ‘colonna’ per la verità del Vangelo”.

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