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Reminiscenze belfortesi

Commenti (3) Amarcord

di Giovanni Zappalà

Divenni varesino qualche giorno dopo la mia nascita, quando i miei tornarono in città.

La nostra abitazione si trovava in viale Belforte, al numero civico 88, nella immediata periferia, un tempo zona agricola.

Era situata a circa metà viale di fronte alla omonima trattoria, l’unica che potesse offrire ai suoi avventori il gioco delle bocce.

Nei mesi caldi le partite si protraevano fino a notte inoltrata e dal mio letto ne sentivo i rumori, il conteggio dei punti ad alta voce, le risate, le bestemmie, i coloriti apprezzamenti in dialetto e le interminabili discussioni che seguivano la fine del gioco, quando si trattava di pagare il bevuto.

Il mezzo pubblico che ci univa alla città era il tram il cui rumore lo si percepiva subito dopo la fermata delle case popolari di Biumo Inferiore, da una parte, o sulla discesa del “castello” dall’altra che, prima dell’intervento di recupero del 2007, era divenuto un penoso cumulo di rovine.

Era così che orgogliosamente Varese si presentava a chi proveniva dal vicino valico svizzero mostrando l’ammirevole interesse con cui gli esponenti politici della città si erano prodigati per il recupero della storica costruziozione in cui, è certo, soggiornò il Barbarossa e dove  il nobile Biumi fece erigere il suo affascinante palazzo rimasto incompiuto.

Il “tram dei morti” era quasi sempre vuoto salvo le ore di rientro dal lavoro degli abitanti della zona.

Contrariamente era preso d’assalto e ornato di fiori durante il periodo delle festività dedicate ai defunti.

Talvolta veniva utilizzato per trasportare le salme all’ultima dimora come si verificò nel 1919 quando, equipaggiato con un rimorchio, fu impiegato per il trasporto di decine e decine di morti, vittime della “spagnola”.

Da ciò il motivo di quella funebre definizione.

Il 2 dicembre 1950 il bianco tram N.4 “Bobbiate-Varese-Belforte” dopo un onorevole, ininterrotto, servizio di trentaquattro anni terminò le corse.

La circolazione su quel viale, quando nel 1947 avevo dieci anni, era pre-valentemente costituita da biciclette e motocicli. Rare erano le auto.

L’illuminazione pubblica contemplava pochi lampioni le cui lampade  erano il bersaglio preferito dalle temibili fionde dei  giovinastri di quel tem-po che venivano costruite utilizzando le camere d’aria, tagliate a liste per lungo, divenute irreparabili per le biciclette e legate ad una robusta forcella di legno rimediata dalle piante dei boschi vicini.

Il piazzale, che a metà del viale oggi accoglie una filiale automobilistica, ospitava un piccolo distributore di benzina la cui pompa, attraverso una leva esterna, veniva manualmente mossa dall’addetto alla stazione.

Dalla parte opposta, oltre i binari del tram, vi era la recinzione metallica di una fattoria che si estendeva fino alle immediate vicinanze della fabbrica di biciclette “Ganna”, storico marchio della nostra città.

Il grosso caseggiato di campagna situato sul fondo del podere era abitato dai coniugi L. con i loro tre figli. Il maggiore, mio compagno di scuola alle elementari, dimostrava qualche anno di più della sua età.

Quando lo andavo a trovare per aggiornarlo sulle lezioni alle quali era mancato era sempre intento al lavoro.

Nella stalla ad accudire agli animali o affaccendato in campagna. Non divenne mai mio compagno di giochi.

Varese, Viale Belforte

Varese, Viale Belforte

Non ne aveva il tempo. Doveva lavorare “per riparare al tempo perso per la scuola”, mi dicevano i suoi genitori in un dialetto lombardo-veneto che il più delle volte stentavo a capire.

Era facile intuire che gran parte delle sue assenze erano dettate da esigenze familiari.

I suoi genitori erano persone umili e gentili e ogniqualvolta mi recavo da loro mi regalavano qualche frutto, se la stagione lo permetteva, oppure mi offrivano un bicchiere di latte prodotto dalle loro mucche.

La sua presenza a scuola non poteva passare inosservata perché era sempre accompagnato da quell’odore acre di stalla che velocemente saturava tutta l’aula. E sicuramente quello era il  motivo per cui era stato isolato all’ultimo banco, da solo.

Di quella discriminazione non se ne faceva un problema, anzi, stava bene così. Abituato agli spazi ne sentiva bisogno anche a scuola.

Aveva a disposizione tutto il banco per sistemare ciò che si portava da casa.

Terminate le elementari non ebbi più l’occasione di incontrarlo.

La fattoria rimase ancora per qualche tempo, poi cessò ogni attività.

Ed il viale, un poco alla volta, divenne un cantiere.

Furono rimossi i binari del tram e asfaltato.

Lentamente, ma inesorabilmente, sparirono i prati e sorsero case, ville e condomini.

E gli ultimi occupanti del “castello” se ne andarono.

Terminò così la mia frequentazione del suo secentesco cortile dove, di primavera inoltrata, la compagnia filodrammatica biumensina della famiglia Rame alzava il pal-coscenico del suo teatro.

Le sedie per il pubblico, sempre numeroso, venivano procurate presso la chiesa del Lazzaretto, al termine della recita serale del Santo Rosario nel mese di maggio, affidata alle cure di Don Rino, il piccolo e magro Padre preposto alla salvezza delle “anime rosse” dei belfortesi.

Il loro trasporto veniva effettuato con un carro trainato da buoi il cui proprietario, che ancora nel 1998 conduceva una piccola attività agricola presso ciò che rimaneva del vecchio castello, garantiva l’ingresso gratuito allo spettacolo a chi l’avesse aiutato nell’impresa.

Un paio d’anni dopo anche lui abbandonò il vecchio castello.

3 Responses to Reminiscenze belfortesi

  1. Gabriele Angelini ha detto:

    Visto l’accenno “al tram del cimitero” riporto un pezzo di un mio raccontino, apparso su Prealpina. Parecchi anni fa.
    … Parte della mia vita, dall’età dell’asilo a quella del militare, la trascorsi in Via Lazio, a Varese.
    Durante gli anni della media inferiore il servizio urbano della città era attuato da un sistema tranviario. Quei tram bianchi, a scartamento ridotto, che molti anziani varesini certamente ancora ricordano.
    La scuola era in Viale delle Vittorie, ora Via XXV Aprile. Al termine di Via Lazio si prendeva il tram. Erano gli anni del dopoguerra, automezzi rari e, quei pochi, costosi.
    Evento non eccezionale era quello del trasporto di salma al cimitero, con il tram. I parenti raggiungevano la fermata portandovi la cassa su un carretto a mano o anche su una carriola, vi erano fiori, drappi neri od altro di simile in dipendenza dall’importanza del defunto o, più ancora, dalle possibilità della famiglia.
    La bara era sistemata nella piattaforma della vettura tranviaria, attorno ad essa i parenti.
    Per il defunto era pagato un biglietto, come per ogni passeggero, al capolinea che era sul piazzale della stazione dello Stato, gli accompagnatori lo trasferivano sull’altro tram che andava al cimitero di Belforte, mentre il nostro proseguiva verso Masnago.
    Noi ragazzini ci portavamo nella parte della vettura il più possibile lontana, lo sguardo continuava, contro la nostra volontà, a volgersi verso la cassa e coloro che gli stavano attorno. Per quasi tutti noi: Primo contatto reale con il mistero della morte.
    Mi torna alla mente un ricordo di tanti decenni fa. E’ composto da alcune visioni chiare e da altre avvolte da nebbie dense che le rendono sfuggenti ed imprecise.
    Credo sia normale, per eventi così lontani.
    Una bara sulla piattaforma del tram, vicino, in piedi, un mio compagno di classe.
    Indossa un vestito scuro, piuttosto malformato, gli è stato evidentemente cucito addosso, di premura, durante la notte. Nella bara vi è la sua mamma.
    Non piange, ha uno sguardo quasi immobile, sembra più meravigliato che addolorato.
    Una decina di giorni prima, fra noi due, era avvenuta una furiosa lite.
    Naturalmente non ne ricordo le ragioni. A dodici anni non si litiga a parole.
    Era più grande e robusto di me, ne sono uscito male e tanto umiliato.
    L’ho odiato, come si odia a quell’età. Per diversi giorni e notti ho sognato vendetta furiosa.
    Ricambiare l’umiliazione, moltiplicata. Ne immaginavo tutti i dettagli.
    Il dondolio e lo sferragliare del tram e forse anche un’inconscia volontà, fecero in modo che i nostri due sguardi s’incontrassero per qualche secondo. Provai un gran senso di vergogna, come se i miei pensieri dei giorni passati mi fossero scritti in fronte, l’impressione mi perseguitò a lungo.
    Giorni dopo il ragazzo tornò a scuola, cercai di evitare l’incontro, durante l’intervallo mi sedette accanto, non disse parola.
    Una sua mano si appoggiò sulla mia spalla…

  2. Giovanni Zappalà ha detto:

    Gentilissimo Signore, ho con molto piacere letto il suo racconto e mi è piaciuto. Ho notato che i suoi ricordi collimano con i miei, di quando il viale in questione non era ancora asfaltato e ancora prima, ma non so se a quel tempo già si trovava lì, allorquando durante gli allarmi notturni in molti ci rifugiavamo sulla collinetta a ridosso del castello… Ricordi che ci fanno apprezzare la vita, avendo visto da vicino le cose brutte di quei giorni.
    Cordialmente la ringrazio
    Giovanni Zappalà

  3. Gabriele Angelini ha detto:

    Signor Zappalà,
    Visto che ha ricordato gli anni della guerra, rovistando nel mio archivio ho trovato un raccontino di vita vissuta appunto negli anni di guerra.
    Coincise con i miei anni di scuola elementare.
    Fu pubblicato in qualche parte, Prealpina ed altro, non ricordo più dove.
    Eccolo qui.

    La mia guerra
    Nel 1940 fui iscritto alla prima. “Scuola Elementare Giuseppe Parini”, Via Nino Bixio, Varese, rione di Giubiano.
    Credo tutti abbiano un ricordo di paura, emozione, forse terrore, legato al primo giorno di scuola.
    La sensazione che inizi una cosa seria, la mamma ci lascia soli, siamo per la prima volta responsabili e con un gran timore di non essere all’altezza, di fare brutta figura; si è chiamati per cognome e non più per nome, a questo si uniscono le preoccupazioni, riguardanti le piccole ma non meno importanti necessità: dove si va e a chi si chiede per la pipì? Come funziona la merenda?
    Non più di una settimana dopo questo primo giorno il direttore convoca, nell’atrio, tutte le classi.
    Un discorso roboante e truculento, “l’Italia è in guerra”, parla di baionette, non ricordo quanti milioni, ma son tanti, cannoni, bombardamenti, navi da affondare e via di questo passo per un’ora e oltre.
    Non è stata una cosa intelligente.
    Mi riferisco al discorso del direttore, non alla guerra.
    Quel poco di sicurezza e fiducia che la maestra era pazientemente riuscita a infonderci, sono sostituiti da terrore e basta.
    La stessa maestra ha dovuto lavorare molto per cercare di ridarci fiducia e convincerci che la scuola non è un luogo di tortura e in cui i temi dominanti sono l’odio e il terrore, ma un posto in cui si possono imparare tante cose nuove e interessanti, in modo anche piacevole.
    Sulla parete di fondo dell’aula, quella dietro alla cattedra, vi erano: al centro il Crocefisso, ai lati i ritratti del Re e del Duce.
    Il Crocefisso è cosa nota a noi tutti, il Re ci sembra un vecchietto sorridente, a tanti ricorda il nonno, indulgente e disposto a soddisfare i nostri capricci, come quasi tutti i nonni, il Duce ha la faccia truce con i noti occhi e labbra sporgenti, a tanti fa un po’ paura, nessuno vorrebbe incontrarlo da solo.
    Ricordo i commenti di alcuni miei compagni; rispecchiano i discorsi della famiglia:
    … “Il Re è buono; no, è un pappa-molla; il Duce sì che si fa e ci fa rispettare; con quello che ha combinato chissà dove andremo a finire… “.
    Negli anni quaranta ogni classe elementare è composta di oltre trenta scolari, alcuni di loro, in verità non molti, hanno il papà o un fratello maggiore, richiamato alle armi.
    Anche la maestra, non so se volontariamente o se per dovere, ci parla più di una volta della guerra, naturalmente in modi ben diversi da quelli del direttore, la classe viene così a conoscenza, tra l’altro, del fatto che, quando un soldato è ucciso o gravemente ferito per cause belliche, i familiari sono avvisati da Carabinieri che si recano a casa del militare.
    Questa informazione forse le sfugge per l’esperienza da lei vissuta; suo marito era caduto durante la Grande Guerra.
    Di quest’ultimo fatto vengo a conoscenza anni dopo.
    La Via Nino Bixio, su cui si affaccia la scuola elementare, è una strada in salita; dalla parte bassa porta al centro della città, dalla parte opposta al rione di Giubiano in cui abita la maggior parte degli alunni.
    Durante gli anni delle mie classi elementari accade diverse volte di vedere, al momento dell’uscita, due Carabinieri in bicicletta arrancare su per Via Nino Bixio.
    In queste occasioni, l’espressione del viso di quei compagni che hanno il papà o il fratello maggiore sotto le armi, è una di quelle immagini che, dopo quasi settant’anni, mi è viva e presente come nient’altra io abbia visto negli anni seguenti.
    Le loro reazioni erano diverse; uno lasciava scorrere liberamente le lacrime, un altro se ne asciugava qualcuna, quasi di nascosto, altro rideva istericamente, altri si attaccavano alle gambe della maestra che tentava di rincuorarli, ma forse ne aveva lei più bisogno.
    I Carabinieri avevano le biciclette militari, quelle pesanti con le gomme piene, erano dei territoriali, piuttosto anziani, con il moschetto ’91 a tracolla, le giberne, fasce gambiere, nessun entusiasmo per il compito loro assegnato; sarebbe stato facile per noi ragazzini sorpassarli di corsa; nessuno l’ha mai fatto.
    Forse perché sarebbe stato un fatto superiore alle nostre forze andare a dire alla mamma: “Stanno arrivando due Carabinieri”; o, più probabilmente, volevamo stare assieme per confortarci l’un l’altro; non so la ragione esatta ma sono certo che così è sempre avvenuto.
    Man mano che i due militari superano la casa dove abita qualche richiamato, parente di un compagno di scuola, vi è un senso di sollievo da parte dell’interessato, questa corsa al piccolo trotto continua fino a quando questi entrano in un cortile o in una casa ove non abita alcun parente di noi scolari.
    Non ho mai assistito all’annuncio, da parte dei Carabinieri, di qualche militare caduto per cause belliche; forse durante tutto il corso della guerra, a Giubiano, non ve n’è stato alcuno.
    Varese, confrontata con la maggior parte delle città europee delle nazioni in guerra, è stata una città fortunata.
    La guerra, in senso letterale non vi è passata, vi è stato però qualche bombardamento, la distruzione dell’aeronautica Macchi, qualche attacco aereo alle stazioni ferroviarie; un centinaio di morti per bombardamenti o mitragliamenti.
    Tutti questi eventi li ricordo molto chiaramente, nella loro tragicità, con gli anni li ho archiviati come eventi bellici normali; pur nell’anormalità e demenzialità di una guerra.
    Ricordo che in occasione di qualche vittoria militare italiana, purtroppo piuttosto rara, ci veniva fatto studiare a memoria qualche brano, credo fosse redatto allo scopo di sollevare il morale “del fronte interno”.
    Penso che il ministero della cultura popolare (Min.Cul.Pop. ! … Sì,… si chiamava proprio così) incaricasse qualche funzionario di stilarlo; fatto di fretta da persona con nessuna competenza di psicologia infantile e di pedagogia. Ne risultava una prosa ostica contorta e spinosa; sembrava fatta apposta per torturare gli scolari.
    Avvengono il 25 Luglio del 1943 e l’8 Settembre dello stesso anno. Caduta del fascismo, arresto di Mussolini- Armistizio.
    Il Re si trasferisce o fugge, dipende dai punti di vista, a Brindisi, nasce il “Regno del Sud”, da noi è fondata la “Repubblica Sociale Italiana”. Capo dello Stato Benito Mussolini.
    In quel periodo le scuole sono chiuse per le vacanze, ricordo bene quegli avvenimenti ma li ho vissuti nel guscio della famiglia che, come sovente avviene, protegge ma isola dalle emozioni che il mondo esterno, pur ristretto come quello di una scuola elementare, può trasmettere.
    Al rientro dell’anno scolastico 1943/1944 l’atmosfera è molto diversa, tutto è più cupo e tetro, la preoccupazione si respira in casa come a scuola, siamo bambini abbiamo voglia di giocare e ridere come tutti i bimbi ovunque e sempre, in fondo alle nostre risate vi è però una malinconia impalpabile ma profonda, che non vuol andar via.
    Il ritratto del Re è scomparso dalla parete, al suo posto è rimasto il tipico rettangolo di colore diverso, più pulito, che sempre resta quando si toglie da una parete un quadro che ha occupato un certo sito per anni. Per mascherarlo è appiccicato qualche manifesto inneggiante alla Repubblica Sociale Italiana. La veste grafica, il tema, la dimensione stessa di questi manifesti, produce un risultato esteticamente così stonato che: “La toppa, come dicono i veneti, è peggio del buso” così che alla fine si lascia tutto com’è – Mussolini- Crocefisso – Rettangolo più chiaro.
    Alcuni bambini sono figli o stretti parenti d’attivisti della repubblica sociale, altri hanno, notoriamente, congiunti partigiani o simpatizzanti, altri, parenti renitenti rifugiati in Svizzera.
    E’ piuttosto frequente il sentire un bambino che minaccia l’altro di fargli deportare il papà in Germania.
    Quando il direttore non è in sede, si vedono spesso maestri e maestre in conciliabolo, subito interrotto se si avvicinano certi scolari.
    In quei mesi più di una volta si sono visti militi arrestare un uomo e caricarlo a forza su un veicolo militare, il bambino di quell’uomo non viene più a scuola.
    La sua assenza, anche se prolungata, non credo fosse segnalata dal maestro alle autorità.
    Anno scolastico 1944/1945, non siamo più proprio bambini, dieci anni, siamo in quinta, l’ultima classe delle elementari.
    L’atmosfera a scuola non è molto diversa da quella che si respirava alla fine dell’anno precedente, il riscaldamento non va, ogni scolaro porta un pezzo di legno per far funzionare la stufa installata in classe, i discorsi del direttore sono più rari, ma non meno truculenti e minacciosi, noi però ci siamo ormai abituati, non c’impressionano più di tanto.
    Sempre più spesso suona la sirena dell’allarme aereo e in questi casi si confrontano “due scuole di pensiero”, tra gli insegnanti:
    Primo: In caso d’incursione aerea bisogna condurre tutti gli scolari, per amore o per forza, nel rifugio antiaereo (idea considerata fascista).
    Secondo: Bisogna lasciare che vadano liberi per prati o per boschi (idea considerata progressista).
    Attorno a queste contrapposizioni si accendono, fra insegnanti, dispute animate in base ad esperienze militari dei maestri, cognizioni vaghe d’ingegneria edile e altro.
    Alla fine il prevalere di un’idea o dell’altra dipende dal fatto che il direttore sia o no presente.
    Cosa che ha angustiato non poco i miei anni di scuola elementare, è stato il “Sabato fascista”.
    Come tutti gli scolari di quel tempo, ero iscritto, d’ufficio, ai Figli della Lupa. Questo comportava la partecipazione, in divisa, al ”Sabato fascista”.
    Il mettermi in divisa il Sabato era una cosa che faceva odiare a me, e ancor più alla mia mamma, questo giorno della settimana.
    I calzoni corti in orbace mi pungevano le gambe, la camicia nera era cosa che mi lasciava indifferente, un cruccio era quella bandoliera bianca inamidata, bastava che io la guardassi che subito era piena di macchie, avevo imparato a cancellarle con il gesso da lavagna ma, oltre un certo limite, la camicia nera diventava bianchiccia e la bandoliera bianca inamidata dava sul grigio. A chiazze.
    Il distintivo con la “M” (Mussolini) poi, era sempre introvabile.
    Recuperato in qualche angolo, cominciava il peggio.
    Operazione drammatica era quella di riuscire ad appuntarlo in modo che la famigerata “M” fosse verticale e non sghimbescia, cosa che sarebbe potuta essere interpretata come scherno al capo supremo o, peggio ancora, disfattismo.
    Al Sabato fascista ho bigiato spesso e, a essere sincero, non mi è successo nulla di veramente spiacevole per queste mie più che frequenti assenze.
    Forse ha ragione chi afferma che il fascismo fu una dittatura ammorbidita dall’inefficienza.
    Non esistevano elenchi aggiornati di chi avrebbe dovuto essere presente.
    Questa è però tutta un’altra storia.
    Un ricordo, ancor oggi per me particolarmente odioso, è quello di una mattina, ero già in quinta, all’entrata dell’edificio scolastico, poco più di due metri dalla soglia caddi sotto lo sguardo del direttore, all’occhiello della mia giacchettina non c’era il distintivo del Fascio. Mi toccò sentire una di quelle ramanzine che rimangono indelebili nella mente.
    Una serie d’insulti, forse qualche schiaffo ma questo, se vi fu, è stato il meno doloroso.
    “Mie erano le colpe di tutte le disgrazie della Patria. Non ne ero assolutamente degno”.
    Ho cercato di non piangere, ma qualche lacrima è certamente scesa.
    Giurai allora di non mettere mai più un distintivo, d’alcun genere, in vita mia.
    Ho mantenuto fede al proposito.
    Quasi al termine del mio ultimo anno scolastico delle elementari si arrivò al 25 aprile 1945, la Liberazione.
    Nella scuola iniziano le scazzottature contro i simpatizzanti, o supposti tali, del fascismo.
    La parola “libertà” veniva da noi ripetuta in ogni momento e in tutte le occasioni, a essa era dato il senso più lato, la coerenza o meno era un dettaglio di nessuna importanza.
    Ad attenuante possiamo ricordare che, quanto accadde negli anni seguenti, ha mostrato come in Italia e forse nel mondo, le persone che avessero un concetto chiaro di Libertà, non fossero poi tanto numerose.
    Il maestro di quinta era persona che svolgeva il suo lavoro con gran serietà e professionalità, era, però anche uomo molto rigido, in diverse occasioni ricorreva a sistemi piuttosto energici per mantenere la disciplina.
    Basandoci sulla libertà conquistata con il 25 Aprile noi scolari, ci sentivamo in diritto e dovere di correre quasi ogni giorno, fino a Biumo (altro rione di Varese), dove andavano a scuola i figli del maestro, dare loro una robusta scarica di schiaffoni per far rilevare il nostro diritto alla libertà e alla giustizia, per le punizioni subite dall’insegnante, loro papà.
    Dopo il giorno della Liberazione noi scolari abbiamo assistito più di una volta all’arresto di fascisti veri o presunti, al saccheggio delle loro case, due o tre volte a fucilazioni in piazza con cadaveri lasciati sul selciato.
    Questo non vuol essere altro che il mettere per iscritto ricordi lontani, delle parole una dietro l’altra, come meglio mi riesce, assolutamente non un giudizio su quanto è accaduto; devo però affermare che in cinque anni di guerra non avevo mai visto delle persone uccise per strada, così, a freddo, non per causa conseguente e immediata d’evento bellico.
    La scuola doveva, almeno per salvare la forma, arrivare al termine naturale dell’anno scolastico, il povero maestro faceva quello che poteva, alcuni figli di partigiani venivano a scuola con la pistola, arrivavano anche i primi film western americani, un ragazzo, con la pistola presa in casa, dal padre partigiano, per mimare il Cow Boy, si sparò un colpo in una caviglia, tutto questo nel cortile della scuola.
    Anch’io giocando con alcune cartucce di fucile, vicino a un fuoco, me ne trovai una piantata in una coscia, n’ebbi per una decina di giorni.
    Mio padre era troppo anziano per essere richiamato, aveva inoltre fatto un anno di militare durante la prima guerra mondiale, io ero il figlio maggiore. Nessuno della mia famiglia correva il rischio di essere richiamato.
    Ho dovuto assistere a qualche evento cruento durante i cinque anni di guerra, resta che quanto mi è rimasto più impresso sono quelle corse, fatte con i miei compagni di scuola, dietro quei due Carabinieri che arrancavano su per Via Nino Bixio, e più ancora le espressioni di quei bambini che avevano il padre o un fratello richiamato alle armi.
    Abbiamo iniziato la scuola elementare, Figli della Lupa, l’abbiamo terminata orfani della Lupa e non più sotto l’ottusa egida del Min.Cul.Pop.
    Come tutti i bambini ci siamo avviati lungo la strada che ci ha portato alla maturazione, a diventare uomini.
    Noi che abbiamo percorso il primo tratto di questa strada in un periodo così anomalo come quello bellico, lo abbiamo fatto di corsa, siamo maturati prima.
    Di questo sono certo.
    E’ stato un bene per noi?
    Per chi c’è stato vicino negli anni seguenti?
    Non so proprio dare una risposta.

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