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Come nacque la Costituzione americana

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La Costituzione americana è la più antica tra quelle in essere.

Ideata e vergata in pieno Settecento, prima della Rivoluzione Francese, ha retto gagliardamente all’urto dei secoli. Merito, in primo luogo, dei Padri costituenti – molti dei quali di altissimo livello morale ed intellettuale – e, quindi, dell’interpretazione evolutiva, a volte, addirittura, ‘creativa’, che delle disposizioni in essa contenute ha saputo, di volta in volta, dare la Corte Suprema, seguendo in questo la traccia e gli ammaestramenti lasciati da John Marshall, che ne fu presidente dal 1801 al 1835.

Il primo atto in qualche modo istitutivo fu compiuto nel 1785, allorché, a Mount Vernon, si riunirono i delegati del Maryland e della Virginia per disciplinare il commercio sul fiume Potomac.

Visto che, appunto, la materia del commercio fra gli Stati era motivo di contrasti non sanabili sulla base degli Articoli di Confederazione approvati nel 1778 ed entrati in vigore nel marzo del 1781, a Mount Vernon, su proposta del Legislativo della Virginia, maturò l’idea di un incontro aperto ai delegati dei tredici Stati fondatori per dirimere la questione.

Ad Annapolis, nel settembre del 1786, la riunione vide però partecipi solo cinque delegazioni e si sciolse con un nulla di fatto. Prima di separarsi, i presenti, su sollecitazione di Alexander Hamilton e James Madison, decisero per una nuova Convenzione da tenersi a Philadelphia nel successivo maggio 1787. Il fine era quello di emendare gli Articoli di Confederazione secondo necessità, considerati i problemi insorti.

Tra polemiche e superando notevoli opposizioni, tutti gli Stati, meno il Rhode Island, provvidero a designare propri rappresentanti che risultarono, infine, settantatre, anche se solo cinquantacinque tra di essi presero effettivamente parte alla Convention, mentre ancora meno (trentanove) ne sottoscrissero il testo conclusivo.

Per quanto, come detto, il mandato ricevuto fosse limitato, tutti i partecipanti erano ben consci che, invece, a Philadelphia, si stava elaborando un patto costituzionale totalmente nuovo.

Presidente, eletto all’unanimità, dell’assemblea fu George Washington, mentre segretario fu nominato William Jackson. I lavori si svolsero a porte chiuse e i delegati furono vincolati (e rispettarono l’impegno) al segreto.

Per inciso, i molto succinti verbali, vergati da Jackson e consegnati a Washington, furono pubblicati dal Congresso solo nel 1818 e quel che sappiamo sull’andamento delle sedute è ricavato per la massima parte dagli appunti personali che redasse Madison e che, noti a tutti come i ‘Madison Papers’, furono resi pubblici addirittura nel 1840.

Base della discussione, fu lo schema proposto dai delegati della Virginia (‘Virginia Plan’), vergato sotto la guida del più volte citato Madison (in seguito definito ‘il padre della Costituzione) e presentato all’assemblea da Edmund Randolph in forma di quindici distinte risoluzioni.

Il Virginia Plan – per il vero, troppo favorevole ai grandi Stati – fu avversato in parte dagli Stati minori che presentarono un proprio schema (‘New Jersey Plan’).

La Costituzione federale scaturirà così da una ben equilibrata fusione di questi due progetti, conciliando esigenze diverse se non divergenti.

Ecco, in conclusione, i tre accordi principali sulla base dei quali il testo costituzionale a noi noto fu scritto:

Il Compromesso del Connecticut (così denominato perché l’impasse relativa al problema discusso fu superata su proposta della delegazione di quello Stato) che risolse il problema della rappresentanza degli Stati al Congresso distinguendo tra una Camera Bassa – i cui membri sono eletti in base al numero degli abitanti di ciascuno Stato, ragione per cui lo Stato più popoloso ha più rappresentanti di quello meno densamente abitato – ed una Camera Alta (Senato) in cui, in omaggio al principio della pari dignità di tutti gli aderenti, gli eletti sono due per ciascuno Stato.

George Washington

George Washington

Il Compromesso dei ‘Tre Quinti’. Gli Stati del Sud chiedevano che, ai fini della rappresentanza, il numero degli schiavi fosse considerato, mentre non si doveva tenerne conto ai fini della tassazione. Gli altri replicavano che era necessaria l’applicazione di un criterio unitario e che gli schiavi dovevano essere valutati allo stesso modo per l’uno o per l’altro fine. In conclusione, si decise di tener conto, sia per la ripartizione degli eletti alla Camera che per la suddivisione delle imposte, dei tre quinti degli schiavi esistenti. (Ricordo che il Congresso vieterà l’importazione degli schiavi solo nel 1808 e che, come tutti sanno, per abolire la schiavitù fu necessaria la guerra.)

Il Compromesso commerciale fu raggiunto accettando le richieste degli Stati del Nord che auspicavano che il Congresso avesse poteri regolamentari in materia di tassazione (quelli, in particolare, di tassare le importazioni e disciplinare i commerci esteri ed interstatali) e quelle degli Stati agricoli del Sud che non volevano l’introduzione di imposte sull’esportazione e che ebbero assicurazione che non ci sarebbero stati interventi federali in materia di commercio di schiavi fino al già ricordato 1808.

Esaurito il compito, la Convenzione affidò il testo della nuova Costituzione ad un comitato composto da Alexander Hamilton, William Johnson, Rufus King e Gouverneur Morris che ne curò una redazione stilisticamente corretta.

Alla fine, il 17 settembre 1787, la Carta fu sottoscritta da trentanove delegati in rappresentanza di dodici Stati su tredici.

Il testo fu inviato al Congresso per essere sottoposto ai singoli Stati che dovevano ratificarlo attraverso il voto di apposite Convenzioni popolari. Sarebbe entrato in vigore non appena approvato da nove di esse secondo il disposto dell’articolo 7 della Costituzione stessa.

Malgrado discussioni ed opposizioni, il procedimento di ratifica fu rapido  (il nono Stato fu il New Hampshire che si pronunciò favorevolmente il 21 giugno 1788).

Fu così che, come ultimo gesto, il Congresso in carica indisse le elezioni nazionali per il gennaio del 1789. Il successivo 30 aprile 1789, George Washington, primo presidente degli Stati Uniti, giurava a New York, sede temporanea del governo federale.

Come detto, la Costituzione americana è la più antica tra le Carte costituzionali scritte tuttora in vigore ed ha ampiamente dimostrato la propria capacità di reggere nel tempo con pochissimi mutamenti (gli Emendamenti sono stati solo ventisette, dieci dei quali – costituenti il cosiddetto ‘Bill of Rights’ – approvati nel 1791 e frutto dello stesso clima politico. Si aggiunga che due Emendamenti – il diciottesimo ed il ventunesimo – si elidono, istituendo il primo il proibizionismo ed abrogandolo il secondo) la qual cosa è indice di profonda condivisione dei principi informatori  da parte di tutti gli Stati interessati e dei cittadini.

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