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Dell’esattezza nel citare

Nessun commento Varie ed eventuali

“L’esattezza nel citare è qualità molto più rara di quanto si pensi”, Pierre Bayle, ‘Dizionario storico e critico’ pubblicato tra il 1695 e il 1697.

Secondo il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, il vocabolo ‘citazione’ ha due diversi significati.

Il primo, in uso fin dal quattordicesimo secolo, è: “atto processuale di parte, con cui si intima a qualcuno di presentarsi in giudizio a una determinata udienza”.

Il secondo – in auge da noi, secondo Annibal Caro, dal sedicesimo secolo – è: “riproduzione testuale di parole altrui; riferimento o richiamo a documenti, testi e simili”.

Ovviamente, la voce in questione deriva dal latino ‘citare’ che indica alternativamente ‘muovere, chiamare, chiamare in giudizio’.

Ci si può chiedere, a questo punto, se sia peggio ricevere una citazione o sbagliarne una e la risposta, indubbiamente, è: molto meglio essere chiamati in giudizio, laddove, comunque, si potrà cercare di difendersi, che essere giustamente accusati di avere attribuito ad un autore piuttosto che ad un altro una frase, la descrizione di un accadimento, un aforisma, o di avere errato nel riportarne le parole.

Si comprende, così, come nel 1999 l’allora presidente del consiglio Giuliano Amato si sia sentito in obbligo, nell’esporre il programma di governo di fronte ai senatori, di ritornare sul can can suscitato da una sua precedente citazione, durante la replica, alla Camera.

Giulio Nascimbeni e Mauro della Porta Raffo

Giulio Nascimbeni e Mauro della Porta Raffo

Nell’occasione, Amato, scusandosi di avere parlato per oltre un’ora, aveva detto: “Voltaire, dopo una lettera troppo lunga scritta ad un’amica, le disse di non avere trovato il tempo di scriverne una più breve”.

Che stesse più attento – lo aveva immediatamente redarguito qualcuno – la frase non è di Voltaire ma di Madame de Staël!

Ora, il caso in questione non è dei più chiari e, con ogni probabilità, l’attribuzione a questo o a quell’autore impossibile essendoci imbattuti in uno dei non pochi esempi di ‘cannibalismo’ che si rinviene nella lunga storia delle ‘frasi celebri’.

Molti, infatti, hanno usato (ed usano) espressioni altrui facendole proprie senza citarne la fonte ed appropriandosene bellamente.

Per il vero, comunque, bene farebbero i politici ad evitare ogni e qualsiasi citazione come dimostra l’infortunio occorso nell’ottobre del 1998 a Massimo D’Alema, ‘caduto’ incredibilmente proprio nel riferire una frase del ‘suo’ Antonio Gramsci.

D’Alema, nell’occasione, attribuì all’autore delle ‘Lettere’ e dei ‘Quaderni dal carcere’ degli inesistenti “costruttori di palafitte” quando invece un capitolo del gramsciano ‘Passato e presente’ si intitola ‘Costruttori di soffitte’.

L’allora presidente del consiglio, però, è parzialmente scusabile perché parlava a braccio ed andava a memoria.

Molto meno comprensibile – e passo ai giornalisti – la pervicacia con la quale il maestro Enzo Biagi, per decenni e senza tentennamenti, a più riprese e per iscritto, ha attribuito a Mao Ze Dong la celeberrima espressione “Non importa che un gatto sia bianco o grigio purché prenda i topi” che è di Deng Xiaoping, del quale benissimo rappresenta la filosofia.

Anni fa, poi, lo stesso Biagi, trattando della mancanza di reali poteri di un uomo politico italiano, scrisse su La Repubblica che a lui ben si adattavano “un paio di versi della ‘Secchia rapita’: ‘Il poverino non se n’era acconto/andava combattendo ed era morto'”.

Ora, nell’opera del Tassoni citata non si rinviene nessuno dei due versi, mentre il secondo (“andava combattendo ed era morto”) si trova nell”Orlando innamorato’ di Francesco Berni, rifacimento in toscano dell’opera del Boiardo.

Per parte sua, Giorgio Bocca, parlando dei suoi primi tempi a Milano, ebbe a scrivere: “Ero un po’ come il Rastignac di Stendhal che va alla conquista di Parigi…”, quando il citato Rastignac non è assolutamente un personaggio di Stendhal, ma di Balzac.

Lo si trova, infatti, in ‘Papà Goriot’, ‘Illusioni perdute’, ‘Splendori e miserie delle cortigiane’, ‘La casa Nucingen’, ‘I segreti della principessa di Cadignan’.

Chiudo questa breve carrellata con una doverosa citazione di un divertente errore compiuto dall’ottimo Giulio Nascimbeni, nel ’96, su Sette, nella rubrica (che si occupava di segnalare gli svarioni!) ‘Esame di giornalismo’.

Citando in tedesco la celeberrima frase di Metternich “L’Italia è un’espressione geografica”, Nascimbeni scriveva: “Italien ist ein geographischer Pogriff”.

Purtroppo, il vocabolo ‘Pogriff’ (usato in luogo del corretto ‘Begriff’ nel significato di ‘espressione’) nella lingua germanica non esiste ma risulta composto da due parole, la prima delle quali ‘Po’ vuol dire ‘sedere, fondo schiena’, mentre la seconda, ‘Griff’, indica ‘la presa’.

Ecco, quindi, che, in questa nuova versione, la frase di Metternich suona: “L’Italia è una presa per il sedere geografica”!

Un’infinità di autori, naturalmente, si sono occupati di segnalare, nel tempo, gli errori di citazione e, fra gli altri, il mio vecchio e compianto sodale Onofrio Pirrotta con il suo mondadoriano ‘Pressappoco’.

Ottimo, per chi fosse intenzionato a sapere davvero tutto in materia, ‘Frasi celebri’, di Alberto Angelucci.

Proprio a questa ‘bibbia’ della citazione rimando chi volesse conoscere i veri autori di molte immortali espressioni, spesso di dubbia attribuzione.

A chiudere, ricordo come in molte occasioni Indro Montanelli inventasse di sana pianta frasi che attribuiva tranquillamente ad altri.

A suo parere, per quanto inesistenti, bene rappresentavano le idee o la personalità del personaggio al quale le imputava.

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