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Obama’s Blues

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di Gianbattista Rosa

Sostenevano gli antichi greci, e ricordava più recentemente Nick Cave, che bisogna avere cautela nel chiedere aiuto agli déi, perché le lacrime di oggi nascono dalle preghiere esaudite di ieri.

Se ne è accorto Barack Obama, dopo aver finalmente e faticosamente ottenuto il suo più grande successo politico (forse l’unico, oltre alla eliminazione di Bin Laden): il varo della controversa riforma sanitaria, che mira a estendere progressivamente a tutti un qualche tipo di copertura.

Ne avrete sentito parlare a non finire, durante la campagna elettorale e oltre: Sono Pazzi Questi Americani, che spendono più di noi per la sanità ma non hanno nemmeno una copertura pubblica universale, e sono in balia di spietate assicurazioni e di un capitalismo selvaggio che lascia i poveretti a morire per strada perché se prima non paghi non ti curano.

Meno male che ci sono i “buoni” democratici, che combattono i “cattivi” repubblicani prezzolati dalle lobbies farmaceutiche: adesso ci pensa Obama a portare gli USA tra i paesi civili, quasi fosse una novella abolizione della schiavitù.

Si citava spesso il dato dei quaranta milioni di americani non coperti da assistenza sanitaria, tralasciando il fatto che tra questi  quaranta milioni non vi sono né i poveri né gli anziani, coperti entrambi da programmi varati già negli anni ’60 dal Presidente Johnson (Medicaid e Medicare).

La gran parte di questi quaranta milioni (poco più del dieci per cento – 10% – degli americani) sono infatti giovani con lavori indipendenti che preferiscono non spendere soldi in assicurazioni sanitarie, facendo una scommessa rischiosa ma non del tutto irrazionale.

Del resto, non per caso la proposta di Obama è sempre stata disapprovata dalla maggioranza degli americani, con una percentuale di favorevoli oggi scesa sotto il quaranta per cento (40%) e mai arrivata vicino al cinquanta (50%).

Barack Obama

Barack Obama

Ora, di riforma sanitaria sui giornali europei non si parla più.

E come mai ?

Semplice: la riforma sanitaria, come previsto negli USA da molti commentatori non solo conservatori, si sta rivelando non la panacea per i mali del welfare americano, che certamente ci sono (gli USA spendono quasi il doppio per la sanità dei paesi europei), ma una opera di ingegneria sociale pasticciata, costosa e in parte illiberale.

L’esordio ha visto una clamorosa debacle nelle funzionalità del sistema informativo che la deve gestire, e questo annuncia tremendi dolori in termini di qualità generale del servizio pubblico che la dovrà globalmente gestire, ma ancor più grave è lo sbugiardamento di una delle promesse ribadite più volte personalmente da Obama, cioè la garanzia che la assicurazione obbligatoria non avrebbe impedito agli americani che già hanno una assicurazione, e ne sono soddisfatti, di tenersela, cosa rivelatasi in molti casi impossibile per la farraginosità dei protocolli sanitari adottati, e che ha mandato in bestia anche milioni di ex sostenitori della riforma.

Anche in conseguenza di questo, la popolarità di Obama è ai minimi di sempre, appena sopra il quaranta per cento e con oltre la metà degli americani ormai stabilmente a lui avversi, un record a inizio del secondo mandato.

Inoltre, le intenzioni di voto per il Congresso, che avevano visto i mesi scorsi un vistoso calo dei repubblicani in seguito alla feroce battaglia sul deficit di bilancio che aveva paralizzato per settimane i servizi pubblici, li vedono ora in parità con i democratici.

E ciò che ancora più conta, per la prima volta dalla rielezione di Obama, i sondaggi danno oggi potenzialmente vincente un candidato repubblicano, il Governatore del New Jersey Chris Christie, su Hillary Clinton, già universalmente battezzata come candidata democratica per il dopo-Obama.

Quello che più deve preoccupare i democratici, inoltre, è la assenza di nuovi personaggi credibili, che rivela la assenza di credibili messaggi.

La vittoria a New York del furbo demagogo ultraprogressista Bill De Blasio denota una involuzione pericolosa, confermata dal fatto che dietro la ultrasessantenne Hillary, moglie di un Presidente eletto oltre venti anni fa, l’unico candidato ad avere un minimo (ma veramente minimo) profilo presidenziale è il settantenne vicepresidente Joe Biden.

In caso di rinuncia di Hillary, sulla cui salute qualche voce preoccupata è girata, ad oggi i democratici non hanno nessun candidato che batterebbe lo sfidante repubblicano.

Sul fronte repubblicano invece i candidati sono diversi e agguerriti.

Nei sondaggi, è leggermente in testa il pragmatico Christie (figlio di madre italiana, che l’ha ipernutrito dandogli quel fisico da papà di Happy Days che lo rende simpatico, e che ha preso a sberle i sindacati pubblici risanando uno stato in bancarotta), da poco rieletto a grande maggioranza governatore in uno stato iperdemocratico.

E’ seguito dal libertario Rand Paul, dal profeta del rigore di bilancio Paul Ryan, e dai latinoamericani Ted Cruz e Marco Rubio, con l’ex Governatore della Florida e “fratellissimo” Jeb Bush pronto a entrare in campo se gli altri si rivelassero troppo deboli (oggi solo Christie è dato vincente sulla Clinton, tutti gli altri sarebbero nettamente perdenti, anche per ovvie questioni di notorietà).

Soprattutto, il fronte repubblicano, pur diviso su temi sociali quali aborto e immigrazione, è vivo intellettualmente e combattivo, a volte pure troppo, mentre quello democratico pare rassegnato a vedere una opaca conclusione della Presidenza Obama, e fatica a trovare nuovi campioni e nuove bandiere.

Dopo il primo Presidente nero, il primo Presidente donna può essere per il 2016 il loro solo slogan vincente: se però gli americani guarderanno un po’ più a Sud, nel loro stesso continente, i disastri che due Presidenti donne stanno causando, Dilma Roussef in Brasile e Cristina Kirchner in Argentina, questo slogan potrebbe decisamente non bastare.

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