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‘Arrivederci ragazzi’

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Il film preferito di Antonella Boralevi

Un collegio elegante nella Francia occupata dai nazisti.

Due ragazzini amici come si può essere amici solo a dodici anni, e un insegnante giovane, idealista e coraggioso e uno sguattero invelenito con il mondo e con i ricchi che deve servire.

E una taglia: la taglia su ogni ebreo consegnato alla Gestapo.

Un mazzetto di banconote che crepitano come la rabbia.

Eccolo, il film di Malle. Un film del 1987 che mi batte nel cuore come se fosse vivo. C’è, in ‘Arrivederci ragazzi’ il respiro stupefatto e gioioso dell’infanzia e c’è il nero verminare del male, ma più di tutto vi splende la luminosa straordinaria capacità del cuore umano di essere libero, e saldo, esattamente lì dove l’abisso si spalanca.

Perché è questo quello che accade: i ragazzini sono l’uno ariano e l’altro ebreo, l’ebreo frequenta il collegio sotto falso nome, legge le preghiere dal libro sacro di notte, con la testa sotto le lenzuola, alla luce di una candela, di giorno, in classe, recita il padrenostro con i compagni.

Il ragazzino ebreo nulla sa dei suoi genitori, spariti durante un rastrellamento, eppure gli riesce restare ragazzo, aprire il cuore alla festa che la vita concede ogni giorno, all’affetto e all’amicizia del ragazzino ariano.

Il quale ha, invece, una famiglia di vivi, molto aristocratica, molto arrogante, e una madre odiosa  e gelida che disprezza quella inutile amicizia e si premura di darlo a vedere.

Arrivano, in paese, i nazisti. Visitano il collegio, e non vi trovano nulla di anomalo. Chiedono se vi siano ebrei. L’insegnante coraggioso che li nasconde risponde loro  di no. Ci credono.

Poiché il collegio vive la sua vita come se la guerra non esistesse, gli odi, le maldicenze, i dispetti che abitano ogni collegio fanno il loro gioco: lo sguattero viene scoperto mentre ruba e denunciato al direttore.

E qui scatta la trappola del destino. Per vendicarsi, il povero sguattero diventa un delatore feroce. Informa la Gestapo.

Arriva un plotone di soldati, rastrella, perquisisce, arresta: una decina di giovani ebrei, in fila, attraversano il cortile per l’ultima volta, prima di salire sul camion che li porterà a morire.

Insieme a loro, cammina il loro maestro, colui che li ha protetti e non è riuscito a salvarli, e che non li ha traditi.

Cammina dritto e splendente, nell’ombra del cortile.

Gli allievi ariani  si accalcano dietro il cancello, per vedere.

L’insegnante, mentre le baionette lo spingono sul camion, si volta.

Dice, serenamente: ‘Arrivederci, ragazzi’.

Ecco, io credo che questa, esattamente questa scena, sia non solo perfetto cinema come è perfetto ogni film di Malle, dal casting alla sceneggiatura alla fotografia.

No, io credo che sia civiltà.

Sia la parola indiscutibile e certa che è capace di dare senso a ogni esistenza: io sono uomo tra gli uomini.

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