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Il gatto e la volpe

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Uno: così è cominciata

Sai l’agenzia davanti al comune?

L’agenzia ippica, intendo.

No?

Beh, mille anni fa, c’era.

La sola in città.

Un corridoio spazioso, una grandissima sala, i baracchini per le scommesse a destra entrando e lungo la successiva parete.

Di fronte, vetrate e sedie a gogò.

In fondo, in alto, il televisore.

Non che si seguissero dirette o registrate.

Roba di là da venire.

Sullo schermo, le cronache riprese dalla telescrivente.

In basso, correva un nastro battuto a macchina, o almeno pareva così.

Un solo monitor e una corsa alla volta, naturalmente.

Dal martedì al giovedì, pochi essendo i campi in attività, tutto relativamente bene.

Da venerdì, giorno della Tris, al fine settimana, una specie di caos in crescendo, e per l’affollamento, e per i ritardi delle cronache.

Cento riunioni.

E le quote arrivavano quando volevano.

 

Forse un giovedì.

Un milleseicento metri al trotto a Bologna Arcoveggio.

Ho un’accoppiata da un deca e seguo l’andamento.

Pronti, via.

Uno dei miei si porta al comando.

L’altro, il numero due, è terzo nella fila indiana dietro al sette che è partito bene.

Buon ritmo.

Non cambia nulla fino alla piegata finale.

Poi, mentre quello in testa si stacca, i due che seguono in lotta arrivano al traguardo sulla stessa linea.

Fotografia per il secondo posto o, come leggo sullo schermo ed è la formula di rito: “I giudici d’arrivo chiedono l’ausilio del mezzo meccanico.”

Penso di averla presa, l’accoppiata.

Di solito, il cavallo in rimonta prevale.

Aspetto.

Un tocco sulla spalla e mi giro.

Due tipi col borsello e quello che mi sorride è Federico F**.

“Per la miseria”, gli faccio abbracciandolo.

“Secoli che non ti vedo!”

Non che volessi davvero sapere dove fosse stato e cosa diavolo avesse fatto.

Fatti suoi.

Si fa per dire.

“In giro.

Siamo stati in giro”.

Un cenno verso il compagno.

“Non ti ricordi?

Corrado, quello che faceva i cento rana”.

Mi torna alla mente.

Bel nuotatore.

Mi dava la paga.

“Sai, lo vedevo solo da dietro e sempre più lontano”, scherzo stringendogli la mano.

“Aspetti l’arrivo e le quote?”, chiede Federico e aggiunge:

“Mi pare tu abbia l’accoppiata uno/due mentre noi abbiamo l’uno/sette.

Mettiamoci insieme e dividiamo chiunque vinca”

Non mi piace.

Mi salva la telescrivente che comincia a strepitare.

Primo l’uno, secondo il due e un bel gruzzolo per me.

Contrito – ho la faccia giusta? – gli dico che è un peccato per loro.

“Niente di male”, fa Federico.

“Comunque, se bazzichi la sala, ci rivediamo.

Restiamo per qualche tempo in città”.

Dietrofront e via con Corrado – che zoppica, qualcosa non va alla gamba destra – sempre silenzioso al seguito.

 

 

Due: dopo

Facile abituarsi.

Due o tre giorni e pare che ci si veda da sempre.

Scopro che Federico, al mattino, nella saletta dietro il bar dell’agenzia, gioca a biliardo.

Corrado, appoggiato alla parete, segue le partite.

E’ lui, i soldi nel borsello, che incassa o paga.

Sembrano il gatto e la volpe.

Non glielo chiedo, ma come diamine vivono?

Quattrini ne hanno e per quanto Federico sappia far correre bene le bilie non è certamente giocando che li mettono insieme.

 

E’ il ‘Fresca’ che svela l’arcano.

Recupero crediti.

C’è qualcuno che non paga?

Debiti di gioco non esigibili legalmente?

Ci pensano loro.

Lo vanno a trovare.

“Non c’è bisogno di minacciare”, aggiunge il ‘Fresca’.

“Basta che si facciano vedere.

Hanno margini di trattativa.

Tutto subito è l’ottimo, ma se proprio non si può fare altrimenti, si concorda una rata.

Purché il fringuello paghi”.

Conclude che in fondo non sono cattivi.

E meno male, mi dico.

 

Un paio di mesi.

Lo sai, vero?

Non vinci quasi mai e continui.

Trovare sempre i denari per giocare non è semplice.

Se ne combinano di tutti i colori.

E arriva il giorno che non ne hai più.

E chiedi a chi ne ha.

 

“Vuoi un centone?”

Federico mi guarda serio, serio.

“E come conti di rendermelo?”

Ci ho pensato.

“Posso darvi una mano.

Qualche lavoro più facile…”

Corrado scuote la testa.

Per lui, non se ne parla.

L’amico ci pensa un attimo.

Poi: “Facciamo una prova.

Vediamo se va.”

 

Non molte le donne che giocano, ma accanite e spesso, dopo, alla canna del gas.

Le otto di sera.

So che è sposata e che ha figli.

Di certo non si aspetta la mia visita.

Apre la porta e chiede.

Chi sono, che cosa voglio?

In due parole, spiego e concludo: “Mi dispiacerebbe che i suoi familiari sentissero…”

L’appuntamento è per la mattina dopo.

“Venga alle dieci”, mi ha detto.

 

Un disastro.

Pianti, suppliche, grida seppure contenute perché i vicini non sentano.

Arriva ad offrirsi.

Non la reggo.

Non reggo lei e la situazione.

 

Il bar sotto i portici di corso M**

Le sette di sera.

Relaziono.

“Non ce l’hai fatta’, eh?” dice Federico.

“Il nostro è un lavoro difficile, non lo sapevi?

Cerca qualcos’altro.”

Vorrei chiedergli come fa in casi simili, ma lascio perdere.

Meglio non sapere.

E cerco qualcos’altro.

 

Tre: passati due anni

Salgo le scale e arrivo al lungo ballatoio.

In fondo, davanti all’ingresso dello studio, Corrado.

Aspetta.

Apro e lo faccio entrare.

Non si toglie il cappotto e non si siede.

Senza preamboli.

“Sai niente di Federico?”, mi fa.

“Non lo vedo da due anni”, rispondo.

“Perché?

Che succede?”

“Lo cerco da ore e ore”, replica.

“Chiedo a tutti – proprio a tutti altrimenti non sarei qui da te – se sanno qualcosa.

Devo trovarlo prima io”.

Prima di chi?

Non faccio a tempo a pensarlo.

“L’ha fatta grossa.

Ieri, siamo andati dalle parti di Brescia.

Un credito cospicuo.

Cento milioni di lire, mica spiccioli.

E sapevamo che li aveva.

Il tizio se lo aspettava e non ha fatto storie.

Federico ha preso il denaro ed è uscito.

L’ho visto correre verso l’auto.

Con la gamba che ho non gli sono stato dietro.

Ha ingranato e chi l’ha visto più?”

Capisco.

“Quando dovevate tornare col grano?

E, si può sapere a chi va portato?”

Scuote la testa.

“Non può sperare di farcela!”

Sembra proprio che gli dispiaccia.

Apre la porta e se ne va.

 

Quattro: eccolo

Il caffè centrale.

Estate.

Tavolini all’aperto, se Dio vuole.

Bevo una coca e do un’occhiata al giornale.

Sento e colgo un movimento.

Federico si siede alla mia destra.

Tranquillo, abbronzato.

“Ciao”, comincia.

“So che Corrado quel fatidico giorno è venuto anche da te e immagino cosa ti possa aver detto.

Altri mi hanno già riferito.

Credo di doverti una spiegazione”.

E non fa una piega.

Mi adeguo.

“Prendi qualcosa?”, chiedo.

 

Sorseggia.

Guarda lontano.

“Ti manca il finale.

Eccolo.

Per cominciare, ci sento bene.

Il giorno prima dei fatti, per caso, non visto, becco Corrado al telefono.

Parla con la moglie.

Le dice di preparare le valigie e le da un appuntamento per la sera successiva.

Sai, ogni volta che il recupero è ingente penso a come potrei fare per sgraffignarmelo e sparire.

So bene che anche lui ci ha ragionato sopra.

Concludo che questa è la volta che ci proverà.

Così, non appena ho i soldi in mano, approfittando della sua zoppia, corro alla macchina, metto in moto e me ne vado.

Non è che voglia tenermeli.

Li consegno.

Poi, l’aspetto dove ha la macchina.

Lo colgo di sorpresa.

Crede mi sia dato coi quattrini.

Sta buono.

Sa che ho in tasca il ferro.

Gli racconto il tutto.

Si rilassa.

‘Ottimo’, dice.

‘Facciamo finta di niente e da domani si ricomincia’, conclude.

Lo guardo male e capisce.

‘Corrado’, gli faccio, ‘meglio che tu sparisca.

Di te non mi posso più fidare e per darti il via ho riferito a quelli che sai del tuo comportamento.

Mi sa che ti cercano’.

Ho girato i tacchi e non l’ho visto più.

 

Cinque: a chiudere 

 Sto riflettendo.

“Mi accontento e comunque ci ragiono.

Secondo me il finale si può aggiustare meglio”, e lo scruto.

“Sei tu lo scrittore…”, dice.

Si alza.

Saluta.

Se ne va.

 

Varese, 27 novembre 2013

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