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Grock, la profonda tristezza del comico

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Considerato da chiunque abbia avuto modo di vederlo in azione “il più grande clown di tutti i tempi”, lo svizzero Karl Adrian Wettach, in arte ‘Grock’, fuori scena, era talmente triste che un giorno decise di andare a farsi vedere da uno psicanalista.

Ecco il dialogo che ne seguì: “Dottore, mi curi, la prego. Sono veramente giù!”

“Sa cosa le dico? E’ arrivato in città il circo. Vada a vedere Grock e si divertirà!”

“Non posso. Grock sono io”.

Se da sempre si sa e si dice che “i comici sono tristi” è forse perché, come ben scrive Alberto Savinio nella sua ‘Nuova enciclopedia’, è l’arte stessa del comico ad avere vita breve e l’attore di questo ha profonda contezza.

Passata la sorpresa che fa scattare nel pubblico il sorriso, detta la battuta, terminata la scenetta, “torna la solita amarezza del paradiso perduto”.

Della commedia, Aristotele dà la seguente definizione: “E’ l’imitazione di uomini di qualità inferiore”.

Quanto, per conseguenza e per convenzione, migliori i tragici che rappresentano invece uomini moralmente superiori!

Far ridere è dalla notte dei tempi considerata (ingiustamente) un’arte ‘minore’ e in qualche modo ‘volgare’ e pochi sono in grado di comprendere quanto di tragico spesso nel comico sia presente.

Si pensi ai capolavori di Dino Risi.

Si ride guardando, per esempio, ‘Il sorpasso’ o ‘I mostri’, ma si ride amaro.

Pochi tra i film considerati tragici lo sono altrettanto!

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