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Monsignore

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Peggio che in televisione o in fotografia.

Un tipo sgraziato.

Non che fosse deforme, ma certamente, come dire?, fatto male.

Ecco, fatto male.

Una testa piccola.

Un corpaccio che scendendo dalle spalle verso i piedi si allargava.

Una specie di piramide, direi.

E grasso, di quel grasso che induce a pensare a una qualche strana malattia.

Meglio, a una disfunzione.

Una sedia vellutata e dai contorni dorati, lo raccoglieva.

Davanti, un tavolinetto, un bicchierino e una bottiglia di Arquebuse.

Poco più in là, un tappeto e il camino, acceso.

Coperto da capo a piedi com’era, mi chiesi come gli riuscisse di sopportare l’opprimente caldo che, appena entrato, mi aveva colpito quasi tagliandomi il respiro.

All’incirca settantenne, dimostrava almeno dieci anni di più.

Ora, gli sedevo d’accanto, sulla sinistra.

Un cenno del capo e un cameriere, chissà da dove improvvisamente comparso, mi chiese cosa volessi.

“Acqua”, replicai, “sono astemio”.

E mi viene automatico il dire “sono astemio”.

Nessuna particolare sottolineatura.

“Le spiace se io continuo col mio liquore?”, furono le prime parole che gli sentii pronunciare quasi sottovoce.

Un sì con la testa e uno scrollio delle spalle a sottolineare che non avevo nulla da dire al riguardo, che andava bene, per carità, fu la mia risposta.

“Veniamo al punto”, disse.

“Vorrei mi aiutasse.

Ho intenzione di scrivere la mia biografia.

E’ l’ora.

Non credo di potermi attendere altro di importante dalla vita.

E’ il momento giusto”.

Non mi prese alla sprovvista.

Come sempre, prima, avevo ragionato in merito ai possibili contenuti dell’appuntamento al quale ero stato chiamato.

E, d’altra parte, scrivo.

Non facevo e non faccio il pilota di formula uno o il ladro, e quindi…

“Monsignore”, mi venne fatto allora di dirgli, “Certo, va bene.

Ci metteremo d’accordo.

Mi interessa e molto.

Ma posso farle adesso, subito, una prima domanda?

Quella che mi è venuta d’acchito alla mente?

Non concerne la sua significativa attività nell’ambito della Chiesa, non i suoi più che autorevoli trascorsi”.

Lo guardai assentire con un gesto, la faccia atteggiata a una qualche curiosità e osai.

“Lei crede?”

Un paio di minuti almeno di silenzio, lo sguardo rivolto al camino.

“Non ho mai avuto una vera vocazione.

Dio non mi ha chiamato.

I miei genitori mi avviarono al seminario per farmi studiare.

Succedeva spesso in quegli anni.

Poi, le conseguenze: vice parroco, parroco, una qualche capacità rilevata dai superiori, quella che può essere definita una buona carriera.

E, dopo il vescovato, su, fino al Vaticano.

Ma di questo avremo modo di trattare.

Vede, della mancanza di vocazione parlai da subito con il mio abituale confessore.

Mi disse di non preoccuparmi e di fare semplicemente bene.

Credo di avere seguito quella lontana indicazione.

Quello che posso dire è che sono soddisfatto e al termine o quasi di una vita non è davvero poco.

Se credo, mi chiede?

A volte.

Ma nella Chiesa si può essere buoni sacerdoti, si può bene operare, si può ben meritare anche così, lavorando”.

E porgendomi la mano perché la baciassi:

“A domani, vero?”

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