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Taiwan oggi: pro Cina o contro la Cina, il comunismo non c’entra

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Ho chiesto a Giandomenico Fraschini, di questi tempi a Taiwan per ragioni di studio, di intervistare i locali a proposito dei rapporti odierni con la Cina e della loro memoria storica.

Quella che segue è l’interessante risposta.

25 agosto 2013

Caro Mauro,

con un po’ di ritardo ti riscrivo da Taiwan.

Ho parlato con un discreto numero di persone, sia tra i venti e i trent’anni, sia tra i trenta e i quarantacinque anni e devo dire che le risposte e i commenti sono stati unanimi.

Probabilmente l’esito di queste mie piccole interviste ti deluderà un po’.

In ogni caso mi auguro che possa costituire un interessante spunto di riflessione.

Innanzitutto le generazioni più giovani non si interessano molto di politica. Leggono poco i giornali e al limite guardano quando capita le news in tv.

Ma, da quello che ho capito, l’informazione locale è sovente ‘strumentalizzata’ dal governo (uhm, mi pare di averla già sentita questa!): la tendenza è quella di nascondere il più a lungo possibile le eventuali nefandezze oppure di distogliere l’attenzione dai temi davvero importanti con altri fatti di cronaca.

Scritta questa premessa, direi che gli schieramenti, se così li vogliamo definire, che rappresentano il ‘sentiment’ della gente sono due: pro Cina e contro la Cina.

Il comunismo non c’entra.

Anzi, mi è stato detto che in pratica oggi a Taiwan non conoscono davvero il comunismo.

Forse le generazioni degli attuali ‘nonni’ ne hanno un’idea ma tutte quelle successive hanno avuto un’esperienza di relativa libertà dalla cultura comunista, fin dagli anni Cinquanta.

I giovani sanno bene chi sia Chiang Kai-shek e quanto accadde sessanta e più anni fa ma non mi pare di aver percepito in loro una qualsivoglia forma di devozione o di particolare venerazione.

Gli isolani sono molto fieri della loro condizione e molto protettivi rispetto alla loro terra, per cui la maggior preoccupazione è quella di non venir riassorbiti dalla Cina continentale.

C’è un certo astio verso i Cinesi, non solo perché – a detta dei taiwanesi – sono più rozzi, volgari e prepotenti oltre che arretrati dal punto di vista igienico, ma anche perché, grazie ad alcune leggi speciali concesse dal Presidente e Governo attuali, i Cinesi possono viaggiare per turismo con meno problemi burocratici verso Taiwan e gli studenti Cinesi più meritevoli possono accedere a speciali borse di studio il cui valore è più alto degli stipendi medi locali; borse di studio a cui invece i Taiwanesi non posso ambire, dovendosi accontentare di scolarships più ‘normali’.

Insomma c’è un po’ di fastidio misto a invidia.

Anche comprensibile, direi.

Pertanto, c’è una larga fetta di popolazione che ha un ‘sentiment’ assolutamente avverso alla Cina ma non come simbolo del comunismo quanto, piuttosto, come ‘pericolo’ latente per la condizione di vita attuale.

Mentre ad altri, forse intravedendo possibili vantaggi presenti e futuri, non dà particolarmente fastidio il fatto che il Presidente e il Governo concedano qualcosa ai Cinesi.

Concessioni che probabilmente – ma questa è una mia interpretazione – sono il prezzo da pagare per mantenere l’indipendenza.

Curioso notare, dunque, che l’anti-comunismo che certamente ha animato la rivoluzione nazionalista di Chiang si sia in sostanza ‘dissolto’ nei decenni.
Visto che i Taiwanesi mi piacciono, mi concederai di adottare una lettura positiva… prendendo tutto ciò come un buon esempio di ‘evoluzione sociale illuminata’: non vivere costantemente nella ‘bolla’ di un’ideologia ma pensare piuttosto a godere della libertà conquistata e, quindi – semplicemente – a vivere.

Giandomenico Fraschini

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