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L’unico vero sopravvissuto di Little Big Horn

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La battaglia da Little Big Horn (25 giugno 1876), che vide i pellirosse guidati da Cavallo Pazzo schiantare il Settimo Cavalleria di George Custer, ha avuto da subito una vastissima eco nell’immaginario americano tanto che perfino il cavallo montato nell’occasione dal capitano Myles Keogh (si chiamava Comanche) diventò famosissimo.

Unico vero sopravvissuto allo scontro, non solo Comanche arrivò ad essere la mascotte del reggimento ma a lui furono dedicati almeno tre saggi, un gran numero di poesie, racconti e dipinti.

Il 10 aprile 1878 – meno di due anni dopo la sconfitta di Custer – il colonnello Sturgis emanò un ordine nel quale si conferiva uno status ufficiale al cavallo che, da quel momento, doveva “godere di un trattamento gentile e premuroso da parte del settimo Cavalleria affinché la sua vita potesse essere prolungata ai limiti estremi.”

Da allora, Comanche condusse un’esistenza assolutamente dissoluta che si protrasse fino alla morte, sopraggiunta quando aveva ventinove anni.

Abituato ad un pastone di crusca allagato di whisky, diventò un ubriacone e un seccatore.

Si faceva vedere davanti allo spaccio del forte che lo ospitava per elemosinare una birra dai soldati e quando non dormiva se ne andava in giro rovesciando i bidoni della spazzatura e calpestando aiole e giardini.

Dopo la morte, venne imbalsamato e finì con il diventare una delle massime attrazioni del Museo di Storia dell’Università del Kansas non senza che molti altri Stati ne rivendicassero le spoglie: il Montana perché lì si trovava Fort Keogh, così chiamato in onore del suo cavaliere morto in battaglia; il Nord Dakota perché Comanche era partito per la sua ultima missione da un fortino colà situato; il Sud Dakota perché il destriero aveva soggiornato anche entro i suoi confini e così via.

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