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La scopa d’assi come tramite di conoscenza

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Le carte, quelle da gioco, naturalmente.

Le carte e l’azzardo come mezzo di trasmissione della conoscenza.

Già sanno, i miei pochi lettori, come, attraverso Piero Chiara con il quale ho appunto giocato a scopa per anni e anni, io mi trovi, per così dire, a sole tre smazzate da Carducci (lo scrittore luinese aveva sfidato in diverse occasioni in quel di Runo negli anni Settanta Giuseppe Prezzolini, il quale, a sua volta, giovanissimo, aveva avuto modo di scontrarsi, sempre carte in mano, con il grande Giosuè).

La storia, in tal modo ragionando e come si vede, è molto più ‘corta’ di quanto si pensi.

Piero Chiara

Piero Chiara

Ancora con l’aiuto determinante di Piero Chiara, almeno quarantacinque anni fa sono arrivato a conoscere vita, morte e miracoli del Piccio entrando fra l’altro in possesso di una copia dei due volumi, numerati e firmati, che l’autore de ‘Il piatto piange’, aveva dedicato ai disegni di Giovanni Carnovali (cosi’ si chiamava il Piccio) moltissimi dei quali erano di sua proprietà essendosi egli, quasi compaesano del pittore (nato a Montegrino, a un vero tiro di schioppo da Luino), messo in caccia per procurarseli fin da giovane.

Fatto è che quando (capitava, capitava per quanto il Chiara fosse bravo!) le cifre in lire da me vinte arrivavano ai cinque zeri, spesso se non sempre, finivo per essere pagato in natura e cioè, perché nessuno abbia a pensar male, con litografie, serigrafie, guazzi, acqueforti o, infine e se l’importo era di un qualche riguardo, oli dei più diversi pittori amici di Piero che a lui ne avevano fatto dono in cambio, magari, di una prefazione o di un elzeviro sul Corriere.

Occorse, quello specifico giorno, che nello studio altro non vi fosse di ‘sbolognabile’ pur di non sganciare liquidi che i due libri sul Piccio che da allora conservo tra le cose più care.

Personaggio straordinario a sua volta il grande (in tutti i sensi: per quanto il soprannome che lo identifica gli sia stato dato da ragazzino quando sembrava non dovesse crescere, arrivò alla fine a superare il metro e novanta d’altezza) esponente massimo del Romanticismo lombardo in pittura.

Amante del nuoto, di sovente si recava sulle rive del Po per bagnarsi mettendo gli abiti in un ombrello aperto e rovesciato che legava a un piede per portarlo con sé e poter tornare a riva avendo disceso il fiume a seguito della corrente.

E proprio il prediletto Eridano lo uccise il maledetto giorno in cui le sue acque, non si sa come o perché, su di lui si richiusero.

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