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C’è sempre un domani: mai disperare!

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Ogni qual volta (e, purtroppo, mi è appena accaduto) mi occorra di venire a conoscenza di un qualche gesto inconsulto e malauguratamente definitivo compiuto da un giovane nei propri confronti per le più diverse ragioni, mi rammarico fortemente di non averlo conosciuto, di non aver saputo nulla dei suoi problemi, di essere stato nell’impossibilità di parlargli e, nel farlo, di cercare di trasmettergli parte della consapevolezza che con il trascorre del tempo si acquista.
“Vedi”, avrei voluto (e vorrei) potergli dire trovando a fatica le parole e l’atteggiamento più acconci ed evitando (difficilissimo!) la retorica, “la delusione intollerabile, il dolore atroce che provi e che ti induce a pensare al suicidio è conseguenza di un accadimento al quale, tra sei mesi o magari tra sei anni, penserai con un qualche distacco e il cui appannato ricordo, quindi, sarà sì doloroso ma alla fin fine sopportabile. Lo so, lo so, ci sono momenti nei quali può sembrare impossibile che così davvero sia, ma questo è ciò che accade nella realtà e si dà persino il caso in cui un apparente dramma si riveli di poi una fortuna”.

Jack Lemmon

Jack Lemmon

Aiutano, come sempre, una volta che si sia creata la giusta atmosfera, nel tentativo di far comprendere, gli esempi personali e familiari, la letteratura, il cinema soprattutto che, come dice il produttore impersonato da Steve Martin in ‘Grand Canyon’ di Lawrence Kasdan, “ha già raccontato tutte le storie” ed anche – aggiungo io – quella immortale di miss Kubelik (Shirley MacLaine) e di C.C. Baxter (Jack Lemmon), per gli amici ‘Cicci bello’, nel capolavoro di Billy Wilder ‘L’appartamento’ che narra di due tentativi di togliersi la vita per amore messi in atto a distanza di tempo l’uno dall’altro e, per fortuna, entrambi mancati.
Cosa racconta l’innamoratissimo Cicci bello all’ignara (della sua passione) miss Kubelik, che ha da poco salvato da un volontario avvelenamento con l’aiuto di un vicino medico e che sembra stia pensando di ripetere il gesto, se non la storia del proprio suicidio?
“Abitavo in un’altra città ed ero innamorato della moglie del mio più caro amico. Una situazione senza vie d’uscita. Pensai di farla finita e alla guida dell’auto me ne andai in periferia alla ricerca del posto giusto. Parcheggiata la macchina, con il revolver in mano stavo decidendo dove indirizzare il colpo (alla testa, in faccia, al cuore, non è semplice…) quando proprio al mio fianco ecco fermarsi una pantera della polizia. Preso dal panico, ho cercato di nascondere l’arma infilandomela sotto le gambe. E’ partito un colpo e mi sono sparato ad un ginocchio. E’ accaduto mille anni fa, la ragazza è ancora sposata al mio amico e mi spedisce una torta ogni Natale che Dio manda in terra”.
Acqua passata, quindi. Una storia che ritorna alla mente con difficoltà e solo perché richiamata dagli eventi. Un dolore di cui si è persa memoria. Una vicenda sulla quale si può persino scherzare. Uno o due lustri sono trascorsi e un nuovo e più grande amore è nato e, tra pochissimo, sarà ricambiato…

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