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Lino Ventura, 1919/1987

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Angelo Borrini, campione europeo di lotta greco romana.

Che c’entra costui col grande Lino Ventura.

Semplice, sono la stessa persona.

Borrini era il cognome della madre del futuro attore che preferiva verso la fine degli anni Quaranta battersi sui ring con quel nome.

Massiccio, di poche parole, duro era tra le dodici corde, massiccio, di poche parole, duro sarà davanti alla macchina da presa.

Italiano, rappresenterà al meglio i personaggi dei mitici ‘polar’ d’oltralpe, tanto a diventare l’indiscusso erede di Jean Gabin.

Lo ricordo qui di seguito in un film particolare.

Lino Ventura

Lino Ventura

 

UNA DONNA E UNA CANAGLIA, 1973

regia e soggetto di Claude Lelouch

dialoghi e adattamento di Claude Lelouch e Pierre Uytterhoeven

con Lino Ventura, Francoise Fabian, Charles Gerard, André Falcon, Silvano Tranquilli, Mirelle Mathieu, Lilo, Claude Mann

‘La bonne année’ – questo il titolo originale di ‘Una donna e una canaglia’ – è di gran lunga il miglior film di quell’abilissimo mestierante che risponde al nome di Claude Lelouch.

La pellicola si apre con una delle più lunghe autocitazioni della storia del cinema. Scorrono infatti sullo schermo, in tempi volutamente dilatati nel mentre compaiono i titoli di testa, le immagini celeberrime di ‘Un uomo e una donna’, che sette anni prima aveva dato al regista fama e gloria internazionali strappando lacrime a tutti gli spettatori.

Proprio ‘Un uomo e una donna’ viene proiettato in una prigione di fronte ai reclusi che ne salutano la fine con una interminabile salva di fischi.

La storia (un lungo flashback), che è quella di due pregiudicati – la cui amicizia è una delle cose migliori del film – che in inverno, a Cannes, intendono mettere a segno una ‘rapina psicologica’ (in tal modo la definisce la ‘mente’ della coppia, Simon) ai danni di una oreficeria, improvvisamente si complica.

Il protagonista si innamora di un’antiquaria il cui negozio è vicino all’obiettivo del colpo.

La rapina riesce, ma, nel mentre, con il cospicuo bottino, il complice se la fila, Simon viene arrestato. Scontata la pena, riuscirà ad avere, sia pure a costo di una qualche amarezza, denaro e donna.

Ottimi Lino Ventura (nei panni di Simon), in grado di trasformarsi – potere del trucco – in un simpatico e apparentemente inoffensivo vecchietto, e la conturbante Francoise Fabian.

Straordinari i caratteristi Charles Gerard e Andrè Falcon che reggono il gioco con grande classe.

Due i ‘momenti magici’. Nel primo Ventura, bandito abituato a ben diverse frequentazioni, si rende conto di quanto sia difficile ‘manovrare’ la sofisticata antiquaria e come anche le sfumature contino enormemente.

La invita infatti in albergo dicendole che “le camere sono confortevoli” ed è sull’aggettivo tanto infelicemente usato (riflettendo, dopo, si maledirà: “E pensare che non avevo mai usato la parola confortevole in vita mia”) che cade.

Il secondo, nel quale Lelouch trova modo di scagliarsi contro quella larga parte della critica che non l’ha mai amato.

Ventura/Simon, ospite a cena della donna, viene verbalmente assalito da un gruppo di snob che finiscono per chiedergli cosa pensi appunto dei critici.

Risponde di non aver mai letto quello che scrivono.

“Ma allora, come sceglie un film”, insistono.

“Come scelgo una donna”, è la risposta. “Rischiando!”

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