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George C. Scott, 1927/1999

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Teatrante di buon nerbo, George C. Scott va ricordato (oltre che per il film e le particolarissime vicende qui di seguito narrate) per due caratterizzazioni cinematografiche di ottimo livello.

La prima, lo vede nei panni del paziente e sagace solutore di quell’incredibile intreccio che il grande John Huston ebbe a raccontare in ‘I cinque volti dell’assassino’.

La seconda, nel ruolo del manager senza cuore di Paul Newman in ‘Lo spaccone’.

George C. Scott

George C. Scott

 

ANATOMIA DI UN OMICIDIO, 1959

regia di Otto Preminger

sceneggiatura di Wendell Mayes ricavata dall’omonimo romanzo di Robert Travers con James stewart, Lee Remick, Arthur O’Connell, Ben Gazzara, Eve Arden e Greorge C. Scott

Ottimo e forte dramma giudiziario diretto con mano sicura da Otto Preminger, ‘Anatomia di un omicidio’ si segnala in particolare per due diversi motivi: ebbe addirittura sette nomination all’Oscar, senza peraltro riuscire ad acchiappare neppure una statuetta, e dette il via alla lunga e feroce lotta condotta per anni ed anni da George C. Scott contro la Academy Awards.

Fatto è che l’incisivo caratterista che viene dalla gavetta – virginiano, prima di arrivare al cinema è stato marine, giornalista e attore di teatro – incluso nella cinquina dei ‘nominati’ nella categoria dei ‘non protagonisti’ per avere egregiamente sostenuto il ruolo del procuratore appunto in ‘Anatomia…’, è talmente sicuro di vincere che quando vede, in sua vece, salire sul palco a ritirare il premio Hugh Griffith (che era lo sceicco Ilderim in ‘Ben Hur’) viene travolto da una vera e profonda crisi di nervi e ci manca poco che svenga.

Giura così che in vita sua “non avrà mai più a che fare con quel premio!”

Passano due anni e i membri della Academy, ignari o dimentichi di quanto dichiarato da Scott, gli concedono una seconda ‘nomination’ sempre quale attore ‘non protagonista’. La pellicola nella quale si è illustrato questa volta è nientemeno che ‘Lo spaccone’.

Quasi disperato, George scrive un’accorata lettera ai membri dell’Academy per chiedere di essere cancellato dalla cinquina. Non gli danno retta e la successiva sconfitta ad opera di George Chakiris è se possibile peggiore della prima.

Ed eccoci al 1970. Scott ha girato, come al solito magistralmente, ma, stavolta, nel ruolo principale, ‘Patton, generale d’acciaio’ e tutti sanno che la statuetta più importante (quella, appunto, per l’attore ‘protagonista’) sarà sua.

In Spagna per lavoro al momento della notifica delle candidature, indirizza alla tenacissima Academy, che, come si vede, non tiene nel dovuto conto i suoi desideri, una seconda missiva nella quale dice peste e corna del premio.

Di più, intervistato da Time, afferma che “dell’Oscar non me ne frega niente e niente al mondo potrebbe convincermi ad accettarlo” e che non vuole essere ridotto, se in sala e nell’attesa della proclamazione del nome del vincitore, ad un “oggetto di spettacolo come un buffone”.

Molti a Hollywood e dintorni pensano che si tratti della messa in opera di una abilissima strategia.

Giustificato, comunque, il fatto che il successivo 15 aprile 1971 la bella Goldie Hawn, aperta la busta contenente il nome del vincitore, sgomenta, esclami: “Oh mio Dio, è George C. Scott!”

Quell’Oscar non verrà mai rivendicato né tantomeno ritirato dall’attore.

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