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Nel ricordo della figlia Primavera

Commenti (3) A proposito di Liala

La biografia, la lunga vicenda di Liala le lettrici la conoscono molto bene.

Sanno esattamente quando è nata, dove è vissuta, dove si è conclusa la sua vita terrena.

Non scordano il giorno del compleanno e così ogni 31 marzo la figlia Primavera riceve biglietti, lettere, telefonate, fiori come se la madre fosse ancora qui.

E biglietti e telefonate recano una raccomandazione: “Porti un bacio a Liala”.

Che – le lettrici lo sanno – dorme in una cappella di marmo rosa, nel piccolo cimitero di Velate, qui a Varese.

Una biografia, quindi, è inutile riscriverla, ma tanti e piccoli fatti o aneddoti che la riguardano sono ai più sconosciuti.

Eccone alcuni (cominciando dai primi esperimenti in qualche modo letterari) così come li racconta proprio la sua dolce Primavera alla quale lascio la parola:

“Giovane signora un poco annoiata perché con il marito, ufficiale della Regia Marina, era obbligata a trascorrere gran parte dell’anno nella proprietà di Moneglia, allora ancor più piccolo borgo, accettò di raccontare per il ‘Caffaro’, quotidiano di Genova da molto tempo scomparso dalle edicole, un incidente ferroviario accaduto proprio nella stazione della cittadina.

Una vecchia locomotiva a vapore si era scontrata con una moderna ‘Littorina’: che aveva avuto la peggio.

Il capostazione, disperato, protestava la sua innocenza e pregò la signora Liana (questo il vero nome di Liala) di scrivere al giornale per prendere le sue difese.

Il pezzo che ne uscì era così spiritoso che non solo venne pubblicato, ma Liana fu chiamata a rapporto dal direttore del giornale.

Emozionata, si preparò per l’incontro (la lettera era firmata da un certo Willy Dias) e visto che durante l’intera sua vita è stata una donna elegante, raffinata e un poco civetta, anche per quella specifica occasione si vestì e si truccò con grande cura.

Arrivata alla sede del ‘Caffaro’, grande fu la sua delusione quando si trovò davanti il direttore: una anziana signora, scrittrice di romanzi rosa per giovanette, che si chiamava appunto Willy Dias!

 

Liala firmò il primo romanzo che le diede immediata celebrità nel 1931.

In un’epoca nella quale non esisteva la televisione, in cui erano sconosciute le interviste e la pubblicità era agli inizi, ‘Signorsì’ (così si intitolava l’opera) fu esaurito in venti giorni.

Qui, nello studio della ‘Cucciola’ a Varese, la villa bianca dove Liala visse per oltre quarant’anni, c’è, incorniciato, il telegramma di Arnoldo Mondadori.

L’incredulo, grande editore scriveva: “Sono assai lieto comunicarle che la prima edizione del suo ‘Signorsì’ è qui (a Verona, dove erano gli stabilimenti Mondadori) esaurita Stop. Questa lieta accoglienza di pubblico sia di auspicio per le maggiori fortune del suo certo domani Stop Devotamente Mondadori”.

Parole profetiche, perché Liala cominciò a volare, veramente, se ancora oggi, dopo oltre sette decenni,  i suoi romanzi possono contare su migliaia di lettori appassionati.

Trascorrono gli anni e Liala pubblica romanzi a puntate sulle maggiori riviste italiane: quelle di Mondadori, quelle di Rizzoli, quelle di del Duca.

Fu quando lavorava per il glorioso ‘cumenda’ Angelo Rizzoli che Liala scrisse ‘Dormire e non sognare’, un romanzo a sé stante e che si concludeva con la morte della protagonista, Lalla.

Le tirature della rivista (forse Annabella o Novella, non ricordo) salirono alle stelle. Ma pochi giorni dopo la conclusione del romanzo, il commendator Rizzoli in persona chiamò Liala ad un appuntamento nella sede della casa editrice.

Quando, nello studio, gli fu davanti lo sentì dire: “L’ha combinata grossa, Liala!”

Spaventata, la scrittrice chiese se per caso il romanzo non era piaciuto.

“E’ piaciuto così tanto che le lettrici minacciano di picchiarla se non farà… risorgere Lalla!”

“E come faccio”, chiese Liala, “la mia Lalla non è Lazzaro!”

“Si arrangi”, fu la perentoria risposta di Rizzoli.

Liala, in seguito insonne per alcune notti, si arrangiò.

L’eroina Lalla nel libro, per fortuna, aveva un fratello.

La scrittrice lo fece sposare.

Frutto del matrimonio, una figlia, in tutto somigliante alla zia che non c’era più, che, naturalmente, venne chiamata allo stesso modo.

A questo secondo romanzo, intitolato ‘Lalla che torna’, fece seguito un terzo, ‘Il velo sulla fronte’, nel quale si concludeva la vita, questa volta felice, della seconda Lalla.

Era nata la ‘Trilogia di Lalla Acquaviva’ – portata di poi anche in TV, in uno sceneggiato, da Duccio Tessari – che indusse Romano Battaglia, in un’intervista a Liala, a scrivere: “Abbiamo anche noi una Margaret Mitchell: è Liala e i romanzi che narrano delle due Lalla formano una piccola ‘Via col vento’”.

Con la squisita signorilità che lo contraddistingueva, non appena fu esaurita la prima edizione della ‘Trilogia’, Angelo Rizzoli inviò a casa nostra il figlio Andrea con una preziosa ‘broche’ di brillanti.

 

Fra Liala e le sue lettrici vi era un rapporto di estrema fiducia e molte tra loro chiedevano alla scrittrice consigli per affrontare problemi di cuore (come doveva essere).

Incredibilmente, altre, invece, si rivolgevano a lei per avere consigli medici, sulla moda, di comportamento.

I consigli medici erano quelli più richiesti (le riviste, allora, non avevano come oggi rubriche di questo genere) e Liala ‘girava’ le domande al proprio medico personale, un’illustre clinico milanese che, incuriosito, ben volentieri rilasciava le ‘diagnosi’.

 

Il rapporto con i critici è sempre stato difficile perché, per pigrizia (non leggevano che superficialmente i romanzi di Liala) o per luogo comune, etichettavano i lavori di Liala come ‘romanzi rosa’ senza capire che invece nelle trame di Liala c’erano anche il grigio del dolore e il nero della morte.

“I personaggi – diceva l’autrice – io li mando a letto, e quindi il colore giusto non è il rosa ma il rosso della passione. Soltanto, non sto a guardare ciò che fanno, li accompagno fino alla soglia della camera da letto e poi chiudo la porta”.

E ciò che scrisse un critico dimostra quanto superficialità ci fosse per l’appunto nelle critiche.

Per anni non fu ristampato il secondo romanzo di Liala, ‘Sette corna’, seguito di ‘Signorsì’.

Quando usci la nuova edizione, un giornalista osservo: “Sette corna! Liala, alla sua età, si mette a scrivere di pornografia!”

Non aveva letto il libro e così non aveva saputo che ‘sette corna’ era il nomignolo di una lumachina fatata, che dava buoni consigli a una fanciulla innamorata!

Si consolava, Liala, ripetendosi una famosa invettiva: “Ammazzalo, quel cane, è un critico!” Chi si vendicava in tal modo era niente di meno che Wolfgang Goethe!).

 

Gli episodi narrati possono far capire, penso, questo personaggio oramai sulla scena letteraria da settantaquattro anni.

La Casa Editrice Sonzogno, nel 2001, compiendo ‘Signorsì’ settant’anni dalla prima pubblicazione, ne stampò un’edizione particolare che riportava in copertina, la figura di Beba, l’indimenticabile protagonista”.

3 Responses to Nel ricordo della figlia Primavera

  1. Mariarosa Lancini Costantini ha detto:

    Bravo come sempre – pensa che ho tutti suoi libri – li mandava a mia madre – tutte le volte che il “garzone” del nostro negozio – gli consegnava le cassette di frutta e verdura – tutti con dedica – io a dieci anni anni li leggevo di nascosto e sognavo – quando mi sono data le arie di intellettuale – li ho nascosti – a volte ne prendo in mano alcuni – come dimenticare Faliero – un nome che mi intrigava tantissimo

  2. Adele Salami ha detto:

    “Vivere nel ricordo di qualcuno è non morire mai”. “Voci dal mio passato” Liala.

  3. simoncini marta ha detto:

    Leggere Liala e’ come catapulcarsi in un sogno,sperando di non svegliarsi mai.

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