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Oscar Wilde e la tortura della stampa

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Quando, anni fa, mi occorse di visitare, a Parigi, il cimitero di Père Lachaise, uno dei custodi, indicandomi gentilmente la via più breve per raggiungerne la sepoltura, mi confermò che la tomba di Oscar Wilde era, dopo quella di Jim Morrison, il leader dei Doors, la più ricercata tra le quasi infinite ultime dimore di tutti quei ‘grandi’ colà riuniti e, per l’eternità, ospitati.

L’imperitura fama dell’irlandese deriva, naturalmente e come tutti sanno, non solo dalla sua altissima produzione letteraria e teatrale, ma, anche, dall’inimitabile stile di vita e dalle terribili e scandalose vicissitudini che lo videro protagonista negli ultimi, dolorosissimi anni, durante e dopo la carcerazione che fece seguito al celebre processo ‘per pratiche illecite’ che dovette subire nel 1895.

La tomba di Oscar Wilde

La tomba di Oscar Wilde

Peraltro, il grande pubblico, meno attento alle ‘cose’ letterarie, forse e senza forse, conosce Wilde soprattutto attraverso la quasi infinita serie di aforismi che vengono citati da tutti ad ogni piè sospinto e che – bisogna pur dirlo – per la maggior parte, non sono stati concepiti dall’artista come tali, ma, semplicemente, come ‘battute’ all’origine assai felicemente inserite nell’una o nell’altra delle sue opere.

Per il vero, Wilde, nel 1894, aveva riunito un certo numero delle sue migliori ‘squisitezze’ pubblicandole sotto il titolo ‘Frasi e filosofie ad uso dei giovani’, e, poi, nel 1897 ~ ancora rinchiuso nel carcere di Reading ~ aveva espresso l’intenzione di completare quel lavoro raccogliendo tutta la sua produzione del genere in un solo libro.

Il progetto, purtroppo, non giunse mai a realizzazione. In conclusione, la prima raccolta delle più incisive frasi del dublinese resta, così, quella curata dalla moglie Constance, la quale, nel 1895, in gennaio, pubblicò una sua scelta sotto il titolo ‘Oscariana’.

Ora, fra tutti gli epigrammi wildiani – che svariano sui più diversi argomenti: la vita, la giovinezza, l’educazione, l’Inghilterra, l’America, l’arte, la bellezza, il dandysmo, la letteratura, le donne, la società e così via – quelli che mi sembrano più interessanti riguardano la stampa. Ne elenco alcuni di seguito – indicandone l’origine letteraria – ad uso e consumo dei lettori, evitando assolutamente di chiedermi se le pungentissime affermazioni di fine Ottocento corrispondano ancora oggi alla verità e, comunque, ricordando che Borges, parlando di Wilde, non esitò a scrivere: “È dimostrabile ed elementare che in quello che dice ha quasi sempre ragione”.

“La professione di spia ha perso ogni ragione d’essere: la sua funzione la svolge la stampa (‘Un marito ideale’) – I giornalisti si scusano sempre con noi in privato per quello che hanno scritto contro di noi in pubblico (‘L’anima dell’uomo sotto il socialismo’) – Nel passato gli uomini subivano la tortura della ruota, adesso subiscono quella della stampa. Questo si chiama progresso (‘L’anima dell’uomo sotto il socialismo’) – Nei secoli passati il pubblico inchiodava le orecchie dei giornalisti alla gogna. In questo secolo, i giornalisti le tengono inchiodate al buco della serratura e questo è ancora peggio (‘L’anima dell’uomo sotto il socialismo’) – Non è compito mio difendere il giornalismo moderno. La sua esistenza si giustifica da sé, alla luce del principio di Darwin della sopravvivenza dei più volgari (‘Il critico come artista’) – La differenza fra letteratura e giornalismo? Il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta. Questo è tutto (‘Il critico come artista’) – C’è molto da dire a favore del giornalismo moderno. Dandoci le opinioni degli incolti, ci tiene in contatto con l’ignoranza della comunità (‘Il critico come artista’) – Il pubblico possiede una insaziabile curiosità, vuole sapere tutto tranne ciò che vale veramente la pena di sapere. Il giornalismo, conscio di questo, ne soddisfa le richieste (‘L’anima dell’uomo sotto il socialismo’) – Mentire per lo stipendio è una pratica molto naturale nella stampa (‘La decadenza della menzogna’)”.

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