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“Adesso possiamo riposare!”
La morte di Carranza

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Inseguiti dagli uomini di Alvaro Obregon, il presidente messicano Venustiano Carranza e i pochi soldati che gli erano rimasti accanto, sfiniti da sei giorni di marcia attraverso il deserto, arrivarono il 20 maggio del 1920 nel territorio controllato da Rodolfo Herrero, un ex ribelle che aveva accettato l’amnistia proposta da quello stesso uomo di governo che ora gli chiedeva rifugio e aiuto.

Herrero accolse gli inattesi ospiti con apparente simpatia e accompagnò subito don Venustiano al villaggio di Tlaxcalantongo che garantiva essere in ‘zona sicura’.

Venustiano Carranza

Venustiano Carranza

Composto, olimpico e distaccato come sempre e apparentemente inalterabile, Carranza occupò una delle casupole che formavano il poverissimo borgo e si mise a dormire con il capo appoggiato ad una sella e sulle spalle una coperta da cavallo.

Passata la mezzanotte, Herrero lo svegliò per comunicargli che doveva raggiungere suo fratello che era stato ferito poco prima in uno scontro a fuoco.

Dubitoso, don Venustiano restò ben vigile fin verso le tre di quel maledetto 21 maggio e solo allorquando arrivò un messaggero per comunicargli che la strada verso la salvezza che avrebbero dovuto percorrere a giorno fatto era sgombra  si decise a dire ai suoi uomini: “Signori, adesso possiamo riposare!”

Fu, così, nel sonno, che lo colsero i tiratori inviati ad eliminarlo dal traditore Herrero.

Colpito a una gamba e impossibilitato a muoversi, a quel che narrarono alcuni testimoni, fu di poi finito nell’improvvisato giaciglio a colpi d’arma da fuoco.

Altri, però, sostengono che vedendosi perso, Carranza, inforcati gli occhiali, avrebbe afferrato la pistola e si sarebbe ucciso.

Come che sia, il suo cadavere, imbalsamato fu portato a Città del Messico e tumulato nel cimitero di Dolores senza che neppure un cane manifestasse il minimo dolore per la sua dipartita.

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