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10 aprile 1919: la morte di Zapata

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“Io non vedrò il frutto dell’albero che abbiamo piantato, ma voi lo vedrete, amigos!”  Così, guardando al futuro, Emiliano Zapata parlando ai propri seguaci pochi giorni prima della morte per mano assassina.

Come si conviene, esistono molte e differenti versioni a proposito della dipartita del grande uomo del Morelos e sugli avvenimenti che immediatamente la precedettero.

Ciò, sia con riferimento agli iniziali rapporti con colui che, di poi, lo tradirà, sia all’esatto svolgimento dei fatti, prima, nell’organizzazione della trappola, e, dopo, nell’esecuzione.

Si dice, inoltre, che una ‘curandera’ che aveva letto nel suo futuro gli avesse detto di non recarsi a Chinameca perché vi avrebbe trovato la morte.

Si dice, con maggiore attendibilità, che Emiliano, in qualche modo, sia andato incontro coscientemente al suo destino: aveva, infatti, ricordato pochi giorni prima ai suoi che per il trionfo finale di una causa è necessario il martirio di un eroe.

Quella che segue, è una delle possibili cronache di quel terribile accadimento.

Emiliano Zapata

Emiliano Zapata

Il 10 aprile del 1919, all’alba, pressato dalla necessità di trovare ad ogni costo armi e munizioni per i suoi uomini da tempo sotto scacco ad opera delle truppe, oramai stabilmente presenti nel Morelos, del generale carranzista Pablo Gonzales, Zapata decide di accettare l’invito ad un incontro che, da giorni, gli propone il colonnello Jesus Maria Guajardo e parte alla volta di Chinameca con la sola compagnia di trenta guerriglieri a cavallo.

Guajardo è uomo di Gonzales ma si è prospettato quale possibile alleato liberando un capitano zapatista suo prigioniero e inviandolo da Emiliano.

Vuole – afferma – passare con gli insorti per combattere il governo centrale di Carranza che anch’egli disprezza.

Desidera, il colonnello, incontrarlo personalmente ed offrirgli truppe, armi, munizioni e vettovagliamenti.

Zapata è famoso anche per la sua oculatezza: è ben difficile che si fidi di qualcuno che non conosce, ma i suoi sono allo stremo e Guajardo pare rappresentare l’ultima possibilità.

L’hacienda di Chinameca è in una valle, sulla strada del nord ed Emiliano la raggiunge senza nessuna difficoltà.

Il colonnello lo attende nel patio attorniato dalla guardia d’onore e presenta all’ospite le proprie insegne.

D’improvviso, giunge notizia di un imminente attacco da parte di una colonna di carranzisti.

Zapata e Guajardo cavalcano alla testa dei loro uomini incontro all’ipotetico nemico del quale, però, non trovano traccia.

E’ un escamotage del colonnello che consente al grosso delle sue milizie, in attesa degli eventi a poche miglia di distanza, di precipitarsi a Chinameca e di appostarsi su tetti, scale, ballatoi e nel cortile stesso dell’hacienda.

Quando, poco dopo, il Nostro rientra nella fattoria mille fucili sono pronti a sparare.

Sono le tredici e trenta ed Emiliano si avventura attraverso il patio a piedi seguito dai suoi.

Una improvvisa grandine di proiettili li travolge ed è la fine!

Guajardo, il traditore, si è così guadagnato la benevolenza di Gonzales e di Carranza nonché i centomila pesos di taglia che pendevano sulla testa del capo dei ribelli del Morelos.

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