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Vincenzo Peruggia, l’uomo che involò la Gioconda

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(in vista del centenario del recupero del capo d’opera leonardesco)

Autunno 1913.

Da Firenze, laddove opera da tempo, il notissimo antiquario Alfredo Geri lancia un pubblico appello: è sua intenzione organizzare una grande mostra e chiede a chiunque sia in possesso di opere d’arte di un qualche rilievo di contribuire mettendole a sua disposizione.

Fra le molte lettere di adesione che gli pervengono, una in particolare lo incuriosisce. Arriva da Parigi ed è firmata (alla luce di quanto segue si scoprirà la ragione dello pseudonimo usato) ‘Vincenzo Leonard’.

Risponde chiedendo ulteriori precisazioni e scopre che, quasi certamente, il capolavoro che gli viene offerto e che, secondo gli intendimenti dello scrivente, dovrebbe acquistare è nientemeno che la Gioconda, della quale, dal giorno della sparizione dal Louvre oltre due anni prima, nessuno ha più notizie!

Concordato un incontro, il Geri, accompagnato per la bisogna dal direttore della Galleria Reggia di Firenze Giovanni Poggi, dopo un primo abboccamento, si ritrova con il misterioso signor Leonard in una camera d’albergo del capoluogo toscano, laddove, chiuse ermeticamente porta e finestre, gli viene mostrato un quadro.

Il Poggi, peraltro subito sicuro del fatto suo, chiede di poter portare il dipinto agli Uffizi per una ulteriore certificazione.

Leonard, incredibilmente, acconsente senza alcuna riluttanza non richiedendo neppure una ricevuta.

Il giorno dopo Vincenzo Peruggia – così, in verità, si chiamava il ladro della Gioconda – viene arrestato.

E’ l’11 dicembre del 1913.

Foto segnaletica e impronte digitali di Vincenzo Peruggia

Foto segnaletica e impronte digitali di Vincenzo Peruggia

La notizia compie immediatamente il giro del mondo e il capolavoro leonardesco, prima di essere restituito alla Francia, per poco tempo, fa bella mostra di sé agli Uffizi, poi, fugacemente, al Ministero degli Interni a Roma, infine, per quattro giorni, nella sala del Fauno Danzante a Villa Borghese.

La sera del 28 dicembre, ovviamente per mezzo di un treno, la Gioconda parte per Parigi, dove arriverà passando la frontiera a Modane, e per il Louvre non senza sostare, peraltro, un’intera giornata a Milano, nell’Aula Magna dell’Istituto Lombardo di Scienze ed Arti.

Condannato in prima istanza a un anno e quindici giorni di reclusione dal tribunale, Vincenzo Peruggia interpose appello e, alla fine, si vide ridurre la pena a poco più di sette mesi che non scontò totalmente essendone stata, subito dopo, ordinata la scarcerazione.

Il clamoroso caso giudiziario era chiuso ma, ci si chiede, chi era e da dove veniva il ‘ladro più grande di tutti i tempi’? Perché e come aveva involato il capo d’opera del da Vinci? Come mai, pur avendo ampiamente dimostrato sangue freddo e non comune sagacia al momento del furto e quindi nel nascondere il dipinto, si fece incastrare come un pollo dal Geri consegnandosi praticamente agli inquirenti?

Nato a Dumenza, sopra Luino, l’8 ottobre 1881, Vincenzo era figlio di un muratore che, all’epoca dei fatti, con la moglie Celeste, abitava nella frazione dumentina di Trezzino.

Come altri compaesani, appresa l’arte (nel caso, quella di ‘verniciatore’), era emigrato in Francia mantenendo solo rari contatti epistolari con la famiglia tra il 1908 e il 1912.

Conosceva Parigi per avervi soggiornato due anni da adolescente.

A più riprese, per lavoro, gli occorse di avere accesso al Louvre da dove lunedì 21 agosto 1911, approfittando della chiusura settimanale del museo, asportò, nascondendola sotto l’ampio camice, la Gioconda ed uscendo da una porta secondaria.

Era convinto di compiere un’opera meritoria visto che (contrariamente al vero) riteneva che il dipinto fosse stato portato in Francia, tra mille altri, da Napoleone di ritorno da una delle sue campagne italiane.

La Gioconda

La Gioconda

Certo di essere incluso nella lunga lista dei sospettati in quanto frequentatore abituale del Louvre, nascose il quadro in un incavo appositamente ricavato sul piano del tavolo di cucina e ricoperto con un tappetino.

Sfuggito alle grinfie della polizia parigina, che perquisì il suo abituro senza nulla rinvenire, nel mentre finiva brevemente in gattabuia un giovane pittore spagnolo, un certo Pablo Picasso, e tra i sospettati si ritrovava anche un poeta di belle speranze di nome Apollinaire, Peruggia ricompare solo nel dicembre 1913 per essere ingabbiato a Firenze.

Cosa mai fece il ‘matto’ luinese nel corso di quei due anni abbondanti?

Leggenda vuole che, forse aiutato da un paio di complici, gli sia riuscito di portare la Gioconda al paese natale  e, quindi, poco prima dell’arresto, a Londra.

Qui giunto, Peruggia avrebbe commissionato ad un celebre falsario britannico alcune copie del dipinto ed è appunto con una di queste in mano che si sarebbe fatto catturare.

Così stando le cose, quello del Louvre non è l’originale e, del resto, almeno sette od otto persone sparse per il mondo sostengono di essere in possesso della ‘vera’ Gioconda che, invece – è questa la necessaria conclusione – è ancora a Dumenza, in qualche cantina o solaio, dove aspetta che qualcuno la vada a scovare!

Ma la storia del Peruggia ebbe un seguito all’altezza degli eventi fin ora narrati.

Morì, infatti, il Nostro, secondo i dati ufficiali, d’infarto l’8 ottobre del 1925, giorno del suo quarantaquattresimo compleanno, nel mentre, di ritorno a casa a Saint Maur des Fosses, abbracciava la figlioletta.

Era, però, quel povero defunto privo di documenti e venne riconosciuto ai fini burocratici solo dai familiari come marito e padre.

Ventidue anni dopo, in Alta Savoia, il corpo esanime di un uomo fu rinvenuto dai passanti.

In tasca, la carta di identità certificava che ‘trattavasi di Vincenzo Peruggia, nato a…’

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