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L’Italia del 1948 secondo Arthur Miller

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“Il mio approccio con l’Italia fu rappresentato da un panino con prosciutto e peperoni, la cosa migliore che abbia mai gustato in vita mia, comprato in un chiosco alla stazione ferroviaria di Milano”.

Queste le parole con le quali un, da questo punto di vista (provate a mangiare oggi un panino ‘ferroviario’: è di plastica), decisamente invidiabile Arthur Miller, nella autobiografia intitolata ‘Svolte’, dà il via alle pagine riguardanti il suo viaggio nel Bel Paese datato 1948.

Arthur Miller

Arthur Miller

Seguiva, il grande drammaturgo, nell’occasione l’amico italo americano Vincent Longhi che, sconfitto di poco nella corsa alla Camera dei Rappresentanti USA due anni prima, puntando ad una rivincita, aveva avuto la strana idea di cercare di ottenere l’appoggio dei portuali di New York (decisivi nel suo distretto elettorale) di origini campane, calabresi e siciliane visitando i loro parenti nei luoghi d’origine.

Lasciata Milano per il Sud, a Palermo, i due incontrano nientemeno che Lucky Luciano, il capo mafia da poco espulso dagli Stati Uniti e confinato in Sicilia, e un giovanissimo e già ‘in carriera’ Salvatore Giuliano.

Ma è a Napoli, la Napoli del dopoguerra magistralmente narrata da Curzio Malaparte, che Miller ha contezza di quale e quanto ingegno gli italiani del Mezzogiorno siano in grado di impegnare per sopravvivere.

Esemplare, al riguardo, la storia del prete che viene a sapere che una famiglia dei ‘bassi’, a pagamento, permette a chi lo desidera di dare una rapida occhiata al bimbo nero – evidente e ancora raro frutto di un rapporto con un militare di colore americano – che la figlia, a letto, tiene in braccio.

Precipitatosi sul posto e verificata l’autenticità del fatto, il buon parroco, pronto a condannare a gran voce quella pantomima, viene preso per un braccio dal padre della ragazza che, portatolo in un angolo, gli sussurra: “Tranquillo, padre, quel bambino non è suo”.

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