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Le strade di Bulawayo

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“Poi, verso il Botswana e il Sudafrica, a sud, nella regione del Matebeleland, la seconda città del Paese, la bellissima Bulawayo”.

Da Zamberletti, aperitivo finalmente all’aperto in questo giorno dal pallido sole, ascolto incantato Carlo M***.

Ha le valige praticamente pronte e la meta è lo Zimbabwe che – ci va per la quattordicesima volta – conosce davvero bene.

Mi ha già detto della valle dello Zambesi, nella parte al confine con lo Zambia, dei ventimila elefanti in eccesso (sono talmente tanti che, di quando in quando, per ripopolare parchi naturali di altre e in qualche caso lontanissime lande, nei quali, causa le continue guerre etniche, per la fame, persino quei pachidermi sono stati mangiati tutti, con le immaginabili difficoltà, ne addormentano un certo numero per trasportarli, addirittura e se necessario via mare, altrove), della pericolosità di Harare, della gentilezza degli indigeni che vivono ancora lontano dalle miserie delle periferie urbane…

“Sai, a parte i fiori – buganvillee come da noi non se ne sono mai viste, bianche e gialle, e un numero infinito di jacarande – a Bulawayo si resta basiti guardando alla incredibile larghezza delle strade.

Bulawayo

Bulawayo

Fatto è che, per molto e molto tempo, fin verso gli anni Dieci del Novecento, là si spingevano i carri dei commercianti sudafricani che, prendendo strada dai porti (Capetown o Durban, per primi), dove il materiale arrivava, portavano all’interno del continente tutto quanto potesse occorrere ai coloni per vivere: pentole, chiodi, martelli, asce, armi e munizioni, l’importantissimo sale, pesce essiccato e via, via elencando.

Carri enormi e talmente stracolmi da essere trainati perfino da dodici coppie di buoi e capisci che un armamentario del genere, per girare, necessita di spazio, di tanto spazio.

Mesi e mesi di cammino – nell’ordine, ruminanti, padrone in serpa, una ventina di neri al passo – da una fattoria all’altra, da un paesello a quello che segue.

Esposizione della merce, contrattazione davanti a una tazza di the (‘Scelga quello che vuole. Sul prezzo ci metteremo d’accordo’), pagamenti dei più diversi: oro, diamanti, pelli, carne essiccata, ma soprattutto animali ai quali i servitori neri provvederanno sulla via del ritorno.

Dalle coste all’interno e viceversa, trasportando e spostando dall’una all’altra parte quel che necessita”.

Carlo ha finito e mi lascia.

Ha quel che si definisce il ‘mal d’Africa’, ma per quanto facondo ed eloquente sia stato, non mi ha contagiato.

Non partirò anch’io.

No. Piuttosto, da subito, mi tufferò nei miei libri e scoprirò che nei pressi di Bulawayo c’è Khami con le rovine maggiormente significative dell’antico regno Monomotapa, governato per secoli dai cosiddetti ‘re divini’, insidiato dai portoghesi e distrutto da invasori di differenti etnie, e mi chiederò se sia solo un caso (magari, conseguente al ‘principio delle possibilità limitate’ teorizzato da Alexander Goldenweiser) il fatto che in America, come in Oceania, come appunto in Africa, tutti gli imperi di un tempo fossero in tal modo retti e organizzati.

Un mondo, un nuovo mondo da studiare mi si è aperto oggi davanti.

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