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Due, quattro, quindici, diciannove, ventuno e un pezzo al trentadue

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Capitolo primo

 

Uno 

Maggio 1978, scommetterei.

Pomeriggio.

Campione: il vecchio casinò, ovviamente.

Entro in sala che stanno scoprendo dai teli i primi tavoli da roulette.

Va bene quello a sinistra.

Mi accoccolo vicino allo chef.

Si parte.

Al “rien ne va plus”, gli faccio: “Due, quattro, quindici, diciannove, ventuno e un pezzo al trentadue per un Luigi, grazie” e gli passo sei fiches da venti franchi.

“Lo stesso gioco per me”, sento dire alle mie spalle.

Giro la testa.

Un tale mai visto.

Mi sorride.

Ricambio.

En plein, en plein, en plein, en plein.

Escono uno dopo l’altro il quattro, il diciannove, di nuovo il quattro e il trentadue.

Un mucchio di soldi.

 

Due

Vado al bar.

Una coca al bancone.

Eccolo.

“Eri ispirato, sai?” , dice.

“Mi sarei giocato la casa.

Si vedeva che eri in gobba.

Grazie”, aggiunge.

Fa per andarsene.

Lo fermo a voce.

“Bevi qualcosa?”

Si chiama Maurizio.

 

Tre

Nascono così le amicizie vere

Non c’è bisogno di lunghe frequentazioni.

Anzi.

Sarai sincero sodale di quel Giovanni che era sul palo con te a Chantilly, quando Dragon Vert in rimonta ha stampato quel grigio che pareva t’avesse fregato scappandosene via all’apertura delle gabbie.

E pioveva, e sai che i grigi sotto la pioggia e sul pesante volano.

Sarai amico di quel Marco che t’ha visto tirare perfettamente un sette sponde sul panno verde, che non ha creduto ai suoi occhi, che t’ha detto “Se lo rifai ti do un deca”, che un minuto dopo ha tirato fuori proprio un deca e l’ha messo in una buca d’angolo dicendoti “E’ tuo”.

Scambierai un affettuoso cenno d’intesa ogni volta che l’incontrerai con quel Pinco Pallino – il nome non l’hai mai saputo – che ti ha fatto secco un centone ai dadi americani e chissà che non fossero truccati…..

 

 

Capitolo secondo    

 

Uno

Trentacinque anni dopo.

In studio.

Mi annoio.

Suona il fisso.

Non so se rispondere.

Di solito, ti vogliono vendere qualcosa.

Sollevo la cornetta.

“Sono Maurizio”.

La voce la conosco, ma è un sacco di tempo.

“Quale Maurizio?”, chiedo.

“Due, quattro, quindici…” e li snocciolerebbe tutti ma lo fermo.

“Ho capito.

Ciao.

E’ un secolo che non ti vedo!”

“Un secolo”, concorda.

“Vorrei parlarti”, continua.

“Certo”, rispondo.

“Anche oggi, se vuoi”.

“Dimmi dove.

Vengo io da te”, conclude.

 

Due

Lo so, lo so.

Le due rampe di scale che portano allo studio sono davvero in piedi, ma quando finalmente arriva ansimando, Maurizio è a terra.

Gli stringo la mano.

Lo faccio sedere.

Aspetto che si riprenda.

“E’ cambiatissimo”, penso.

“E ci mancherebbe”, mi dico subito dopo.

Trentacinque anni!

Adesso respira.

“Sto male”, comincia.

“Mi hanno dato poche settimane.

Inutile parlarne.

Sono qui per una confessione”.

Lo guardo e penso che oltre ad essere vicino alla fine è anche diventato matto.

“A me?

Cosa devi mai confessare a me?”

Slaccia cappotto e giacca, si accomoda.

“Una ventina d’anni fa.

Eri agente della compagnia X***.

Ricorderai senz’altro il fatto.

Un buon professionista tuo conoscente arriva e ti chiede di fargli una polizza infortuni grossa, molto grossa.

Centinaia di milioni di lire caso morte.

Ottieni l’autorizzazione.

Il premio viene pagato.

Passa un anno e quel tale viene assassinato.

Un colpo alla nuca.

E’ appena uscito di casa e lo fanno secco.

Ci mettono un po’, quelli dell’ufficio sinistri della X***, ma alla fine pagano”.

“E allora?”, chiedo.

“E allora, l’assassino non l’hanno mai trovato e poi dove stava il movente?”

Tira il fiato e sputa:

“Sono stato io!”

 

Tre

Non mi sorprende.

Ascoltandolo e guardandolo m’ero fatto man mano l’idea di dove andasse a parare.

“E’ vero? Non è vero?

Come faccio a darti retta.

E poi, perché diavolo me lo racconti?”

“Ho pensato che dovessi saperlo.

Ai tempi, ho detto io a quel tale di venire da te.

L’avevo conosciuto in una bisca a Milano.

Un giorno, lo vedo e mi racconta che ha una malattia terminale.

Non è per subito, ma la morte lo prenderà in un paio d’anni.

E’ strapreoccupato per la famiglia.

Moglie e tre figli, sai?

Nessuna assicurazione possibile, dice.

Malattia o vita?

Per carità, gli farebbero una visita medica e quindi…

Sono io a pensare agli infortuni.

E il resto lo puoi immaginare.

Ti abbiamo ingabbiato.

Volevo lo sapessi”.

“E quanto ti ha dato la vedova?”, gli chiedo.

Conosco già la risposta.

“Niente.

Che diamine.

Non lo doveva sapere nessuno.

Nessuno l’ha saputo mai.

E’ stato per amicizia.

Li ho messi a posto e via”.

Gli credo.

 

Epilogo

Parliamo dei vecchi tempi.

Di questo e di quello.

Dei molti che non ci sono più: trapassati, in galera, all’estero per non finire dentro…

Lo accompagno alla porta.

Gli do un abbraccio.

Fa per uscire e poi:

“Scrivila, questa storia.

Scrivila.

Sto per tirare le cuoia.

Non m’importa”.

Ed eccoci qua!

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