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Automi e robot

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“Automa: 1, dispositivo automatico che riproduce i movimenti e generalmente l’aspetto esterno dell’uomo e degli animali/In cibernetica, sistema dotato di alcune delle proprietà che caratterizzano gli organismi viventi superiori, compreso l’uomo, quali la capacità di autoregolazione, l’adattamento all’ambiente e l’apprendimento…” Così, l’autorevolissimo Zingarelli.

Automa (XVI-XVII sec.)

Automa (XVI-XVII sec.)

Ma, rispetto alla definizione proposta in seconda battuta, come non tirare le orecchie ai dotti compilatori del citato vocabolario quando si sa che automi e cibernetica hanno tra loro quasi nulla a che fare?

E il perché è presto detto: l’automa esiste dall’antichità mentre la cibernetica muove i primi passi ben dopo gli inizi del Novecento.

E’ infatti nel 1948 che il matematico americano Norbert Wiener pubblica il suo ‘Cybernetics’ avendo coniato lui stesso il nuovo vocabolo derivandolo dal greco ‘kybernetiké techne’, cioè ‘arte di pilotare’.

Più giusto, quindi, trattando della disciplina in causa fare riferimento ai robot e, del resto, la robotica è appunto un settore della cibernetica.

L’ultimo automa (se così si può dire forzando la realtà ma facendo comprendere che è con questa specifica macchina che ci si avvicina al limite) è quello creato nel 1912 e dipoi perfezionato otto anni dopo dal grande ingegnere e matematico spagnolo Leonardo Torres Quevedo: si tratta di un meccanismo in grado svolgere e portare a termine vittoriosamente un finale di partita a scacchi re e torre contro re.

E’ allora che la tecnologia antichissima degli automi entra nella fase dei robot (e, daltra parte, tale espressione è creata proprio nel 1920 dallo scrittore ceco Karel Capek che lo trasse dalla voce ‘robota’ che nella sua lingua significa ‘lavoro servile’) e delle macchine che tendono a riprodurre non più sembianze e movenze di esseri viventi ma funzione di controllo e elaborazione intellettuale.

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