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Il mio amico Anthony Quinn

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di Vittorio Salerno

“Per Stradivari vedrei una attore alto e forte,” dissi al produttore del film.

“Vivere oltre novant’anni nel milleseicento-settecento, e creare millecentosedici strumenti, tra violini, viole e violoncelli, allevare undici figli e diventare ricco e famoso ancora in vita provenendo dal niente…

Non ci sono Stradivari a Cremona, prima del famoso liutaio, quindi gli storici pensano sia venuto da fuori, forse un orfanello, un trovatello, scampato alla peste di Manzoniana memoria del 1630, una specie di gigante per l’epoca…”

e mentre parlavo mi venne in mente, non so perché, Zanpanò, il rude personaggio spacca-catene creato da Fellini ne La strada

“Non so, un tipo Anthony Quinn, per esempio”

Anthony Quinn

Anthony Quinn

“Ma lo sa, Salerno, quanto costa Quinn? Minimo un miliardo!” rispose il produttore. “Si, ma con Quinn vendi il film e la miniserie tv che faremo contemporaneamente in tutto il mondo…” replicai e uscii da quell’ufficio perché quello non era il produttore giusto per fare un film così imponente e costoso come quello che stavo scrivendo. Nessun cineasta era mai riuscito a fare un film sul mitico liutaio cremonese, neppure nel lontano 1937, quando Vittorio Mussolini, allora dirigente della neonata Cinecittà e della Sezione Cinema, nel duecentenario della morte dell’artista, promise particolari agevolazioni economico-fiscali a chi fosse riuscito a fare un film su questo “genio italico che tutto il mondo c’invidia”.

Del resto come scrivere un film su un artigiano che ha passato la vita nella sua bottega a costruire violini?

Dov’é la trama, gli intrighi, i colpi di scena, il ‘dramma’?

Bene, ci ero riuscito: dopo aver passato tre mesi nella biblioteca Nazionale di Roma a fare personalmente le ricerche, avevo scoperto fatti ed eventi incredibili sulla vita di Antonio Stradivari che neanche gli esperi studiosi cremonesi conoscevano, ed avevo scritto una sceneggiatura-romanzone alla Vicor Hugo con tanto di delitti, perdoni e vendette che esplodono trent’anni dopo.

L’avrei interpellato io Quinn, che stava venendo a Roma per girare L’isola del tesoro per la Rai, perché sono fratello di un attore e so come la pensano ‘gli attori’: se gli poponi un personaggio favoloso, a loro congeniale, te lo fanno anche gratis, e magari ti aiutano anche a montare il film.

Il mio agente Roby Ceccacci mi procurò il numero di telefono della villa di Genzano dove vivevano i Quinn e telefonai subito.

Mi rispose Jolanda, la seconda moglie del’attore, e madre dei tre figli di Anthony, attori anche loro: Francesco, (il Quo Vadis tv nell’86) Daniele (Renzo de I promessi sposi in Rai, nell’89) e Lorenzo, al quale pensavo di far interpretare Stradivari giovane perché somigliantissimo al padre.

Spiegai a Jolanda che intendevo proporre il film al marito e far lavorare tutti i e tre i suoi figlioli e mi ricevette subito.

Raccontai la storia a lei e ai suoi ragazzi e vidi sui loro volti quella particolare espressione di gioia e compiacimento che hanno gli attori quando vanno a sbattere contro un progetto stupendo, a loro congeniale.

Era fatta.

Avrei girato il film che mi aveva ispirato mia madre dall’Aldilà, grande violinista che mi parlava sempre di Stradivari.

Anthony sarebbe arrivato dall’America la mattina dopo e gli avrebbero dato subito la sceneggiatura da leggere.

Un giorno per smaltire il fuso orario, pensai, e per leggersi il copione con calma e mi avrebbe chiamato, invece alle undici di mattina squillò il telefono:

“Ciao, Vittorio, sono Tony…” mi disse Quinn con la sua voce inconfondibile, un po’ rauca, da vero ‘macho’.

“Ho letto lo script, e mi è piaciuto molto. Quando ci vediamo?”

“Anche subito, maestro…” risposi con una strana voce deformata dall’emozione. “Oggi alle tre?”

“Perfetto, alle tre sono da lei…” dissi e telefonai subito alla Ditta Romana Trasporti prenotando una Mercedes con aria condizionata, perché non era il caso di presentarsi a Quinn con la mia vecchia Horizon grigio-alpaga metallizzata.

L’incontro avvenne nel giardino della sua villa, vicino alla piscina.

Mi stava aspettando seduto a un tavolino di ferro bianco con due poltroncine di vimini.

Nei pochi metri che percorsi sul prato verde ben rasato per arrivare a lui mi parve di sognare.

Ma davvero io stavo per stringere la mano al mitico Anthony Quinn che si stava alzando in piedi in segno di rispetto, pur essendo più anziano di me di venticinque anni?

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