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In tema di Oscar: il più famoso sgambetto nella storia del premio

Nessun commento Cinema

La cerimonia di consegna dei premi Oscar – divenuta, oramai, una delle trasmissioni televisive più seguite al mondo nell’intero arco dell’anno – è, ai nostri giorni, anche e soprattutto per le rigide regole della TV, così ben articolata e scandita nei suoi vari momenti da non lasciare spazio alcuno ad improvvisazioni e da non consentire a nessuno degli sconfitti di far emergere, in diretta, delusione o, magari, rabbia.

Non così, naturalmente, era fino a non molto tempo fa, in un mondo cinematografico che potremmo, ora, definire ‘artigianale’, in grado, peraltro, di sfornare, a getto quasi continuo, ottimi film, se non veri e propri capolavori, che gli ‘effetti speciali’ oggi dominanti sembrano, quasi del tutto, aver allontanato dallo schermo.

Una delle cerimonie più movimentate fu, indubbiamente, quella del 1944, alla quale partecipava, assai speranzoso, il grande Billy Wilder, in gara con il suo ‘La fiamma del peccato’ (Double Indemnity), ricavato, con l’aiuto, per la sceneggiatura, di Raymond Chandler, dall’omonimo (in inglese) romanzo di James Cain – ripubblicato in Italia da Adelphi con il discutibile titolo ‘La morte paga doppio’ – autore tra i maggiormente apprezzati all’epoca, che diventerà, poco dopo, nel 1946, ancora più celebre per il grande successo della prima trasposizione cinematografica del suo ‘Il postino suona sempre due volte’.

Billy Wilder

Billy Wilder

La pellicola – da tutti riconosciuta un vero e proprio capo d’opera, quanto meno del genere ‘noir’, e ricordata da Woody Allen con queste parole: “‘La fiamma del peccato’ è il migliore film di Wilder, anzi, praticamente è il migliore film di chiunque!” – era candidata a ben sette Oscar: miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura, migliore attrice protagonista (Barbara Stanwick), migliore fotografia, migliori musiche e miglior sonoro.

Quella sera, nella sala del Grauman’s Chinese Theatre, dove, allora, aveva luogo la premiazione, Wilder sedeva in un posto di corridoio perché gli fosse più facile alzarsi per andare sul palco a ricevere le immancabili statuette.

Alle sue spalle, si trovava, invece, il collega regista Leo McCarey, che aveva in competizione il melenso ‘La mia vita’ (interpretato da Bing Crosby), a sua volta pluricandidato e sul quale, di lì a poco, si sarebbe abbattuta una vera e propria ‘pioggia’ di Oscar.

“Ad ogni proclamazione”, racconta Wilder nella bella autobiografia (‘Un viennese ad Hollywood’) scritta a quattro mani con il critico e commediografo Hellmut Kasarek, “il presentatore recitava la formula d’uso: ‘The winner is…’ e McCarey si precipitava in avanti con un arzillo passo di corsa.

Poi, toccò a ‘miglior regia’ e ‘miglior film’, e così, quando McCarey mi passò nuovamente accanto, non seppi resistere, spostai un po’ il piede cosicché lui inciampò e rischiò di cadere. No, non è caduto lungo disteso come poi è stato detto… purtroppo!”.

Comunque sia, quel che è certo è che l’anno dopo nessuno si azzardò a battere Wilder che vinse alla grande con ‘Giorni perduti’.

Altri tempi, altre leggende, molta più umana vitalità ed un sano disprezzo per tutta quella insopportabile ipocrisia che domina oggi anche il mondo cinematografico.

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