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Piero Chiara e il cinema

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Più volte accusato – dopo l’enorme successo nel 1970 di ‘Venga a prendere il caffè da noi’, con Ugo Tognazzi e per la regia di Alberto Lattuada, ricavato da suo ottimo ‘La spartizione’ – di scrivere non più dei romanzi ma delle sceneggiature avendo già in mente la futura trasposizione sullo schermo delle sue storie, Piero Chiara, negando che ciò fosse vero, aggiungeva:

“Intanto, precisiamo: non io ho scelto il cinema ma il cinema ha scelto me!”.

E in verità, sono io stesso testimone delle infinite volte – tra gli anni Sessanta e Settanta, ai tempi della nostra assidua frequentazione – nelle quali produttori, registi (e fra i primi Marco Vicario per il canovaccio di quella macchina da incassi che fu ‘Homo eroticus’) e attori si sono rivolti allo scrittore luinese pregandolo di cedergli una storia, un soggetto o per lo meno qualche idea delle sue.

Fra i più insistenti, anche perché convinti a ragione di poter fare decisamente bene, indubbiamente Tino Buazzelli, che sarà nel 1978 un magnifico ‘Balordo’ televisivo, e il suo ‘fratellino’ (lui e Piero erano nati nello stesso giorno, il 23 di marzo, pur se in differenti anni) Ugo Tognazzi che tornerà a recitare sul grande schermo un personaggio chiariano in ‘La stanza del Vescovo’ (1977) diretto da Dino Risi.

Ugo Tognazzie e Ornella Muti in una scena del film "La stanza del Vescovo"

Ugo Tognazzie e Ornella Muti in una scena del film “La stanza del Vescovo”

Partecipe nelle più diverse vesti di film o sceneggiati televisivi (arrivò perfino, come e più di Alfred Hitchcock, ad apparire anche solo per un momento in quasi tutte le pellicole tratte dalle sue storie), gli andò buca praticamente solo con ‘Il pretore di Cuvio’.

Conosciuto Nanni Svampa, se lo portò a Roma dicendogli: “Il Vanghetta sei tu!” tanto, a suo modo di vedere, Nanni era simile al protagonista di quel suo romanzo.

Portati a termine inutilmente giri e giri di case cinematografiche, Chiara e Svampa dovettero arrendersi e del ‘Pretore…’ al cinema o in tv non si parlò mai più.

Per quanto fosse costantemente attento a che i suoi romanzi non finissero ‘male’ in mano ai cineasti, sapeva bene come stessero le cose e i rischi che correva.

Lo dimostra la frase con la quale concluse a quei tempi un’intervista:

“Vendere un libro al cinema è come vendere un cavallo.

Si può sperare che il nuovo proprietario lo tratti bene, non lo sforzi, lo nutra a dovere.

Ma poi non si può andare a controllare come sta e il nuovo padrone lo può anche macellare”.

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