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Una vita perfetta

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(Ho chiesto a Federica di scrivere qualcosa di me. D’impulso, ha vergato qualche mese fa le righe che seguono. Poi, piu’ nulla. Aspetto…)

Una vita perfetta

di Federica della Porta Raffo

Nonna conservava dei riccioli biondi di mio padre bambino  in una scatola bianca gelosamente custodita nel suo mobile toilette di noce nella casa di Via Filzi.

Non mancava mai di mostrarmeli quando ero piccola e sempre, con gli occhi umidi e la voce incrinata dall’emozione, ripeteva rapita “è sempre stato così bello Mauro.

Terracina

Mi fermava la gente per strada per fare i complimenti a lui e a me che parevo sua sorella tanto ero giovane e altrettanto bella…”

La guardavo sorridendo e la immaginavo camminare per le strade di Catania pavoneggiandosi con la carrozzina fra le tate, le palme, il sole e gli immancabili corteggiatori.

Dal canto mio pensavo a papà ai suoi capelli ormai scuri, agli occhi azzurri di lei e al naso dei della Porta che io avevo ereditato insieme all’ostinazione e alla voracità nel mangiare e non riuscivo ad essere d’accordo: “nonna, ma papà sembra Al Bano!”

“E Al Bano non è fantastico?”  tagliava corto lei alzando la mano al cielo come per porre fine all’argomento ed io ero costretta ad annuire un po’ per farla contenta, un po’ perché tanto non avrebbe mai cambiato idea.

Io papà l’ho sempre visto in modo diverso e la mia opinione su di lui è mutata negli anni mentre immutato è rimasto l’amore che ci unisce, noi due così simili nei difetti e nelle qualità.

Il primo ricordo forse è legato a Terracina dove i nonni avevano una casa di villeggiatura.

Trascorrevo lì i mesi estivi insieme a loro, mamma e Alessandra, mentre lui ci raggiungeva ad agosto quando, terminato il lavoro, poteva godersi il mare e la famiglia.

Con gli amici giocavo a bordo spiaggia o sul vialetto che portava alle bianche villette del complesso, vendendo giornalini e collane di perline.

I rumori delle onde si confondevano con le nostre interminabili risate, ma il suo fischiettare la melodia che io sapevo appartenere solo a lui mi faceva correre ad accoglierlo saltandogli al collo.

Papà era arrivato, adesso c’eravamo tutti.

Era quello il periodo in cui pensavo che i miei genitori fossero perfetti e che la mia vita fosse la migliore possibile e probabilmente era davvero così.

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