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Obama: ancora quattro anni

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Avevo previsto esattamente (si legga il capitolo che ho riservato appunto alle previsioni) l’esito delle elezioni USA del 6 novembre.

Riservandomi di tornare a breve alle riflessioni conseguenti (sul filo, peraltro, di quanto da me esposto nel saggio USA 2012), di seguito, espongo i dati maggiormente significativi.

I risultati (non ancora definitivi)

Nelle elezioni del 6 novembre 2012, Barack Obama ha sicuramente conquistato un totale di trecentotre (303) delegati ed ha conseguentemente ottenuto l’investitura per un secondo mandato alla Casa Bianca (ricordo che la maggioranza assoluta è fissata a duecentosettanta, 270).

Mitt Romney ha dalla propria con sicurezza duecentosei (206) voti elettorali.

Incerta ancora in queste ore (è la mattina del 9 novembre) l’attribuzione dei ventinove delegati (29) della Florida laddove i suffragi raccolti dai due sono talmente vicini da non permettere una sicura attribuzione dello Stato (“too close to call”).

Rispetto al 2008, Obama ha perso all’incirca undici milioni di voti popolari a livello nazionale prevalendo comunque sul rivale anche da questo punto di vista.

Sempre con riferimento al 2008, il presidente ha dovuto sicuramente cedere a Romney l’Indiana e il North Carolina (vedremo, come detto, quanto alla Florida) dove allora aveva prevalso.

Guardando ai singoli Stati, i risultati percentualmente migliori colti dai due sfidanti sono, ovviamente ma non troppo (Al Gore, per esempio, nel 2000, perse proprio nel suo), nel loro Stato di nascita: Hawaii, settanta e sei (70,6%) per cento quanto ad Obama e Utah, settantadue e sette (72,7) quanto a Romney.

Nel contempo, alla camera dei rappresentanti i repubblicani hanno mantenuto la maggioranza con duecentotrentadue (232) deputati finora attribuiti (il totale dei rappresentanti è di quattrocentotrentacinque).

Al senato, i democratici restano il partito con il maggior numero di seggi.

Cosa è successo negli ‘swing States’

Nel corso dell’intera campagna, si è parlato a mille riprese degli Stati in bilico, i cosiddetti ‘swing States’.

Attribuendo, difatti, con un notevole margine di sicurezza al repubblicano e al democratico gli Stati tradizionalmente e in base ad univoci sondaggi rispettivamente ‘rossi’ e ‘blu’ (i colori dei due partiti), determinanti per la vittoria dell’uno o dell’altro risultavano sostanzialmente nove/dieci Stati.

Orbene, ripetuto che l’esito del voto in Florida è ancora ignoto, possiamo dire che Romney ha perso in ragione del fatto di non essere riuscito a sfondare proprio in questo ambito.

Il mormone ha alla fine prevalso in Indiana e North Carolina ma ha perso, a volte davvero di stretta misura, in bel altri sette territori: Nevada, Colorado, Iowa, Wisconsin, Ohio, Virginia e New Hampshire per un totale, decisivo, di sessantasei (66) delegati.

Gli altri candidati

Due parole a proposito degli altri candidati soprattutto per sottolineare l’esito, buono e non scontato, della campagna di Gary Johnson.

L’esponente del Libertarian Party, benché non presente in tutti gli Stati, ha conseguito il miglior risultato ‘all times’ per il suo partito con circa un milione e centoquarantamila voti a livello nazionale e con punte anche del tre e mezzo per cento nel New Mexico e del due punto nove nel Montana.

Non male davvero.