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Ne pas se pencher au dehors

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I TRENI

La prima?

Poltrone di velluto rosso ricoperte sullo schienale da vezzose trine bianche, e tutto sempre pulitissimo, per carità.

La seconda?

Sedili in dignitosissima similpelle.

La terza?

Spartana: panchine di buon legno e via.

 

E viaggiatori del tutto diversi.

Pochi privilegiati e signore assai ben messe in prima.

Borghesi in seconda.

Contadini e operai in terza.

Studenti qua e là nei treni a percorrenza locale, per il vero.

 

E bagagli acconci.

Valigie di pelle e bauli in prima.

Di cuoio in seconda.

Di cartone, quasi sempre, e chiuse con lo spago, in terza.

 

E dovunque, a tradurre le scritte ammonitrici, un imperante francese:

“Ne pas se pencher au dehors” corrispondeva al nostro “Non sporgersi dai finestrini”.

“Ne jetez aucun objet par la fenètre” significava, direi ovviamente, “Non gettate oggetti dal finestrino”.

 

Fu il 3 giugno del 1956, assicurano le cronache, che, all’improvviso, la terza classe ferroviaria scomparve.

Non che i vagoni ad essa dedicati sparissero d’un colpo.

No.

Furono semplicemente trasformati, senza nessuna sostanziale modifica, in carrozze di seconda.

Col tempo, dopo, uno alla volta, sarebbero come svaniti nel nulla.

 

E le scritte?

Soppiantato ogni giorno di più dall’inglese, il francese avrebbe da allora via via perso terreno tanto che oggi, se capita di leggere ancora su qualche vagone “Ne pas se pencher…”, si può essere certi di viaggiare su una vettura pressoché antidiluviana

 

IL TRAMONTO

E la lingua d’oltralpe in quella stessa seconda metà degli anni Cinquanta andava perdendo ben altre battaglie.

A significare con grande pregnanza il tramonto di un’epoca per molti versi romantica e l’impetuoso sopraffacente arrivo di un’altra dedita soprattutto al commercio e dominata dall’economia, sulle ali dei trionfanti Stati Uniti d’America, l’inglese avrebbe rapidamente travolto il francese nelle scuole italiane e del mondo, soppiantandolo, escluse poche sacche di resistenza, quasi completamente.

MAURO

Ho studiato il francese alle medie e l’inglese al liceo.

Per quanto sia negato in fatto di idiomi, nel mentre nella lingua gallica me la cavicchio in quella d’Albione sono quasi una frana.

Ho trovato, nel tempo, una ben precisa giustificazione: uomo d’altri tempi, legato al mondo classico e rifuggente da ogni maledetto economicismo, prediligo la materia umanistica che l’inglese, pur annoverando un numero infinito di grandi scrittori, pensatori e artisti, dal predetto declinare dei Cinquanta del Novecento, non rappresenta, non incarna ai miei occhi più.

 

LA CONFESSIONE

A ben guardare, però, le cose non stanno propriamente così.

Avrò avuto diciassette anni, allorquando, effettivamente assai zoppicante in inglese, mia madre, avvicinandosi la fine dell’anno scolastico, pensò bene di mandarmi a ripetizione.

Mi ritrovai in cotal modo a frequentare due volte a settimana e nel primo pomeriggio l’abitazione della professoressa M*** D***.

Carina per il vero, la docente all’incirca trentacinquenne, ma intenta a mio modo di vedere a nascondere la sua bellezza.

Una di quelle donne che non sanno, o non vogliono?, valorizzarsi.

Mi piacque subito.

Un appartamento silenzioso.

Dava l’idea che non v’abitasse alcun altro.

Le lezioni si tenevano in uno studio e in quell’ora abbondante sedevamo di fronte, nel mezzo un tavolo ovale.

Me ne accorsi ben presto: M*** soffriva.

Non so dire dove e in qual modo trovassi il coraggio, ma – e sarà stata la terza o quarta volta che ci vedevamo –  cogliendola con gli occhi umidi di ritorno da una telefonata alla quale aveva risposto nel corridoio, con parole che all’improvviso mi sgorgarono del tutto adatte alla bisogna, di certo approfittando del momento, ottenni che si aprisse.

Il fidanzato, e c’era da scommettere che fosse una faccenda di cuore, la stava lasciando.

 

Si era seduta di fronte.

Allungai la mano a carezzare la sua.

“Lei è bella”, le dissi.

“Non sa quanto sia bella” e lo pensavo con tutto me stesso.

Beh, la lezione finì in quel preciso momento.

Di colpo, non ricordo neppure come, ci eravamo trovati vicini, poi abbracciati, poi…

E della lingua di Shakespeare tra noi non si parlò più.

Ero felice, non si può immaginare quanto.

 

Un paio di mesi, fine anno scolastico.

Ovviamente, l’esame a ottobre.

Mia madre pensò bene per la bisogna e malgrado cercassi di oppormi di cambiare insegnante.

Il desso cercò di risvegliare un qualche mio interesse per la materia, ma invano.

Agli esami me la cavai e non so come.

 

Ecco, l’inglese non l’ho imparato allora e quasi avessi stretto un patto con M*** al momento dell’abbandono, non l’ho imparato mai.

E non voglio impararlo!